mercoledì 3 dicembre 2014

CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE SULLA FASE POLITICA



La fase che stiamo attraversando è cruciale rispetto ad un nuovo modello sociale che si sta già delineando nell’immediato nei suoi contenuti

Non entrerò nel merito specifico dei singoli punti: job act, art.18, legge elettorale ecc. su cui si è già scritto e detto molto dando per scontato la conoscenza in merito
Voglio però mettere in evidenza alcuni concetti che permettono di inquadrarla bene (la fase)
E’ necessario precisare brevemente la diversità che passa tra i concetti di produttività e produzione.
Sono due cose ben differenti
Produzione: Quantità finale di prodotto calcolata al termine del ciclo produttivo e suo valore.
Produttività: la produttività può essere definita in via di prima approssimazione come il rapporto tra la quantità di produzione e le quantità di uno o più elementi utilizzati nel processo di produzione e i loro valori.
Più basso è il valore di questi elementi è più alta è la produttività
La produttività in definitiva determina direttamente i profitti dell’azienda
Se si aumenta la produttività è possibile mantenere inalterati i profitti o addirittura aumentarli anche a fronte di un calo di produzione e di occupazione
L’ottimo per un’azienda è aumentare la produzione e la produttività, in un particolare equilibrio, in funzione delle esigenze di mercato
Quello che oggi si cerca di attuare con le controriforme, a fronte di un calo di produzione dovuto alla contrazione dei consumi, è l’incremento della produttività ossia la riduzione dei valori (costi) degli elementi utilizzati nei processi produttivi allo scopo di mantenere alti i profitti.
La cosa ovviamente è più complessa e articolata ma non e necessario procedere oltre.
I costi possono essere ridotti attraverso l’innovazione dei sistemi di produzione, aumentandone l’efficienza attraverso l’innovazione tecnologica, l’organizzazione e la formazione e gli interventi sulla manodopera e i suoi costi.
Come è noto in Italia la ricerca e l’innovazione sono percorsi che non sono mai stati perseguiti per miopia strategica del complesso del sistema industriale nazionale che per essere competitivo sul terreno della concorrenza e incrementare la produzione ha sostanzialmente seguito il percorso di ricorrere alla leva dell’inflazione e cioè alla diminuzione del valore della lira rispetto alle altre monete per vincere la competizione sui mercati ricercando l’incremento immediato dei profitti senza nessuna visione strategica
Quello che oggi rimane quindi per far fronte alla contrazione dei consumi e la necessaria riduzione della produzione è l’incremento della produttività agendo soprattutto, in mancanza di innovazione, sulla riduzione dei costi di produzione.
Gli interventi sui costi e sulla manodopera si articolano su: aumento delle prestazioni lavorative a parità o, meglio, a minor quantità di salario, riduzione dei costi diretti ed indiretti (salario, salario differito, contributi, ecc.) rapporti con le aziende terziste dell’indotto ( in concorrenza tra loro), riduzione dei costi dei servizi (es. esternalizzazioni della logistica, delle manutenzioni ecc. imprese in concorrenza tra loro)
Per ottenere ciò è necessario ridurre i diritti e le tutele modificando o ignorando qualsiasi ambito nei quali sono legalmente definiti ( accordi sindacali, legge 300, costituzione, ecc.)
Per effettuare questo passaggio occorre determinare un quadro politico istituzionale capace di intervenire nel merito senza nessun ostacolo e quindi è necessario intervenire sugli organismi istituzionali preposti (parlamento) modificando la legge elettorale all’insegna della  necessaria  cosiddetta governabilità. ( modifica della costituzione)
Premi di maggioranza quote di sbarramento e loro articolazioni vanno in questo senso.
Una volta superata questa difficoltà modificare ulteriormente la costituzione, (vedi dichiarazione di Morgan che descrivono bene le esigenze delle imprese internazionali e della finanza), sarà cosa facilmente realizzabile.
Inoltre diventa estremamente importante in ogni caso contrastare sul nascere ogni possibilità di resistenza a partire soprattutto dal mondo del lavoro. Il violento attacco del governo Renzi, mai visto prima neanche negli ultimi governi di centrodestra, contro i sindacati, gli scioperi e le lotte in corso è li a dimostrarlo.
 In questo quadro la precarizzazione del lavoro e la possibilità conseguente di licenziare o non confermare il lavoro ad assoluta discrezionalità delle aziende si pone l’obbiettivo, oltre alla riduzione dei costi, di rendere difficoltosa la possibilità di qualsiasi organizzazione della resistenza, del dissenso e reazione nelle aziende (ricattabilità dei singoli e ruolo dei sindacati).
Quello che si sta già delineando nei fatti come percorso per uscire dalla crisi è in ultima analisi la definizione di un nuovo modello di sviluppo neo liberista che mette al centro gli interessi delle imprese come variabili indipendenti del sistema alle quali tutte le scelte politiche,economiche e di condizioni di vita  devono adeguarsi e subordinarsi
Negli anni venti agrari e industriali spaventati dal biennio rosso e dalla rivoluzione russa armarono e finanziarono il fascismo che prese il potere.
Nell’era della globalizzazione, nel tempo delle finanziarizzazione dell’economia, agli agrari e agli industriali, si sono sostituite le centrali formali ed informali del potere finanziario ed industriale internazionale ed europeo che esercitano a tutti i livelli il proprio dominio imponendo le scelte politiche ed economiche anche agli stati nazionali
Il disprezzo per la democrazia, anche quella formale, lo smantellamento del welfare e dei diritti, l’aumento delle disuguaglianze a favore dell’aumento dei profitti mettono in evidenza una specie di nuovo “fascismo” tecnico finanziario del XXI secolo.
Il fascismo non deve essere per forza mascellato  come nell’iconografia del duce a cavallo con tutte le sue coreografie.
Quando la democrazia non c’è  e l’informazione si articola solamente intorno al cosiddetto pensiero unico e cioè la supremazia delle compatibilità inviolabili legate agli interessi di banche ed imprese internazionali e nazionali che devono prevalere sugli interessi delle persone, il lavoro viene massacrato, lo stato sociale e i diritti non esistono più.
Anche i governi e le politiche nazionali vengono finalizzate esclusivamente alla salvaguardia di quelle compatibilità e la democrazia e la costituzione diventano un intralcio da superare.
Ecco ciò che si sta sostanzialmente delineando sotto i nostri occhi attraverso le controriforme annunciate.
a livello politico:
·         modifica della costituzione e modifica della legge elettorale in
quanto i partiti minori vengono considerati come intralcio alla cosiddetta governabilità
a livello sindacale:
  • l’accordo sulla rappresentanza e le regole sulla contrattazione, e cioè l’estensione dell’esigibilità contenuta negli accordi FIAT e cioè il principio, peraltro condannato dalla corte costituzionale, per cui hanno diritto ad esistere solo i sindacati che sottoscrivono gli accordi e che si impegnano a non scioperare più.
  • La sterilizzazione del ruolo del sindacato, soprattutto con l’arrivo dei governi sostenuti dal PD, che non è stato all’altezza dei propri doveri e compiti lasciando passare senza nessuna conflittualità ad esempio la riforma Fornero, le già sostanziali modifiche effettuate all’art.18.
  • La negazione del ruolo delle rappresentanze sociali, sancito dalla costituzione, a partire dal ruolo del Sindacato che è stato messo ultimamente in discussione dal Governo Renzi proprio sulla questione lavoro.
Anche la pratica della “complicità”  tra imprese e sindacati nella gestione della crisi attraverso la contrattazione che aveva a suo tempo sostituito le pratiche concertative, sembra essere di troppo.
A comandare sembra esserci solo una persona sostenuta  fortemente dai cosiddetti poteri forti a partire dall’informazione compatta nel sostenerla e nell’azione di inibire ogni pensiero critico collettivo e quindi la libertà di pensiero e di espressione
Ogni momento di lotta e di conflitto tende già oggi ad essere criminalizzato e associato al terrorismo come nel caso  della lotta contro l’alta velocità in val di Susa, per la casa o contro il lavoro precario e non ultimo le manganellate ai lavoratori.
Quando tutto questo diventa reale, come sta avvenendo, come lo dobbiamo chiamare questo modello sociale, questo nuovo modello di sviluppo che si sta imponendo sotto i nostri occhi per uscire dalla crisi?
Lavoro, diritti e democrazia sono inscindibili e sono davvero un’altra cosa.

la fase che stiamo attraversando è assolutamente straordinaria e richiede a tutte e tutti noi il massimo impegno affinchè le potenzialità esistenti sul piano sociale e politico possano svilupparsi e concretizzarsi contro questa tendenza.
Tralasciando l’analisi sulla fase nefasta della concertazione che ha contribuito a determinare notevoli arretramenti generando sfiducia e rassegnazione aprendo quindi la via all’avversario di classe, in questi ultimi due mesi da quando la CGIL ha ricominciato a fare la CGIL si è aperta una nuova fase di mobilitazioni e di lotte tutt’altro che scontata sino a pochi mesi fa: le mobilitazioni degli studenti, gli scioperi articolati della FIOM, lo sciopero dei sindacati di base e la riuscita oltre ogni aspettativa della manifestazione del 25 ottobre e non ultimo lo sciopero generale della FIOM del 15 novembre, lo sciopero generale proclamato per il 12 dicembre hanno mostrato e mostrano una reale disponibilità alla ripresa di una fase di conflitto sociale e hanno segnato una profonda frattura con quella che da sempre era stata la sponda politica della CGIL: il PD. Vedi le aspre polemiche in merito da parte di Renzi.
Queste lotte e queste mobilitazioni anche se non rappresentano un’alternativa compiuta sul terreno politico e vogliono soprattutto una risposta sul terreno sociale segnano fortemente la rottura del consenso di cui ha goduto fin qui il PD ed il riconoscimento a livello di massa di una sua ultima mutazione che ha rotto ogni residuo legame con la storia della sinistra.
Sta sempre più maturando la consapevolezza che questo governo che fa perno sul PD fa da sponda agli interessi economici dell’avversario di classe.
Anche noi dobbiamo metabolizzare nella nostra testa questo concetto oramai incontestabile per valutare come improponibili qualsiasi tentazione di possibili future alleanze e compromessi per governare
In questo contesto risulta sempre più evidente l’inutilità e l’opportunismo dei Belli Addormentati della cosiddetta sinistra residua all’interno del PD. Vedi anche l’ultimo accordo interno sulla modifica dell’art.18 e gli equilibrismi rispetto alle votazioni parlamentari.
   
A fronte di tutto ciò e tenendo conto anche delle attività della destra radicale e della lega che giocano su queste contraddizioni aperte un loro ruolo che porta loro nuovi consensi, si rivela necessaria oggi più che mai la messa in campo di una sinistra antiliberista decisa e unita capace di rappresentare a livello politico un’alternativa strategica su come uscire dalla crisi in alternativa al modello di sviluppo neoliberista che sta avanzando a livello europeo e italiano.
C’e il rischio oggettivo che a seguito dei risultati delle elezioni regionali in Emilia che ha visto l’avanzata della Lega venga riproposto il voto utile (utile a chi?) contro l’avanzata delle destre.
Per dare  sostegno alle mobilitazioni e alle lotte oggi in atto occorre mettere mano, nel momento della rottura dell’egemonia politica del PD nel sindacato, alla costruzione di una sponda politica capace di rappresentarne a livello politico gli obbiettivi espressi dalle lotte in corso e dalle manifestazioni sindacali, sviluppandoli all’interno di un percorso che porti a un nuovo modello di sviluppo alternativo basato  ad esempio sulla tutela dell’ambiente nei suoi aspetti complessivi dal territorio alla mobilità, le riconversioni industriali mettendo al centro il benessere sociale e gli interessi della gente comune, che devono questi si diventare variabili indipendenti come tra l’altro  già stabilito dalla costituzione  e non l’interesse delle banche e delle imprese.
Individuando nel contempo nelle grandi ricchezze e nella rendita finanziaria nello stop alle spese militari e alle grandi opere la fonte principale delle risorse da reperire per creare piena e buona   occupazione finalizzata a quanto sopra esposto nel rispetto della contrattazione collettiva e delle leggi vigenti e nell’applicazione dei dettati costituzionali; estensione dei diritti, del buon lavoro, di un salario decoroso ecc. ecc.
E oggi di fondamentale importanza discutere e definire un nostro progetto politico di sviluppo alternativo, per molti versi già presente, per uscire dalla crisi mettendo al centro l’interesse delle persone e dei lavoratori, il benessere sociale e non l’interesse delle banche e delle imprese ad esempio:
  • L’abrogazione dell’art.8 del decreto legge n.138/2011 convertito in legge n.148/2011. Il debito non è un problema esclusivamente nazionale
  • La riconversione ambientale delle produzioni
  • Il NO! alla privatizzazione delle risorse naturali
  • Rendere pubbliche le fonti, la produzione,la distribuzione di energia
  • Lo sviluppo delle energie alternative e rinnovabili
  • Il risparmio energetico
  • Lo sviluppo delle infrastrutture nel rispetto dell’ambiente
  • Lo sviluppo della mobilità alternativa al trasporto merci su gomma
  • Lo sviluppo di un’agricoltura economica ed ecologica sostenibile
  • La messa in campo di un piano per il lavoro coerente

Un piano per il lavoro coerente con un nuovo modello di sviluppo alternativo che metta al centro gli interessi della gente che lavora partendo dai problemi reali: precarietà, disoccupazione , la difesa e l’estensione del welfare.
La riduzione dell’orario di lavoro settimanale e quello relativo a tutto il periodo lavorativo per la redistribuzione del lavoro per ridurre drasticamente la disoccupazione
La redistribuzione del reddito.
L’intervento pubblico nei settori di pubblica utilità.
Un modo per reperire le risorse individuando chi deve pagarne i costi.
E’ una ricetta opposta a quella avanzata da Renzi che vuole invece proseguire nelle politiche di austerità e cioè nell’aggravamento della crisi che ormai è diventata deflazione.
Un piano per il Lavoro che non sia solo un progetto ma è una proposta di lotta su cui costruire relazioni sociali e conflitto, territorio per territorio, settore per settore.
un piano per il lavoro per la cui realizzazione è necessario costruire un forte movimento di lotta per il lavoro e un nuovo modello di sviluppo ed è utile per ricominciare a parlare al paese a partire dai problemi del paese.
Ovviamente tutto ciò necessita di trattazione più approfondire.
Per questo più che mai è necessari la presenza organizzata di un soggetto politico unitario della sinistra antiliberista capace di indicare, contestualmente alle lotte in corso, una prospettiva nuova e diversa di uscita dal capitalismo in crisi e di contribuire a creare la sponda politica adeguata.
Senza questo sbocco inevitabilmente tutte le lotte in corso, data la durezza dello scontro in atto e l’impossibilità di trovare altre strade esterne alle due ipotesi di modello di sviluppo, andranno incontro ad una sconfitta.
Per questo la trasformazione dell’Altra Europa da lista elettorale in struttura organizzata e un passaggio ineludibile sia nei modi che nei tempi.
Andare troppo oltre nei tempi nell’affrontare questi nodi,  significa arrivare in ritardo rispetto alla fase, perdere l’occasione e rinunciare definitivamente a questo ruolo e al nostro progetto per fare altro, attraverso accordicchi elettoralistici  per procacciarci inutili poltrone, sconfessando quanto fatto nella campagna elettorale, i relativi contenuti, i risultati ottenuti e le aspirazioni sollecitate.
La presenza nelle istituzioni ha senso se è in  rapporto dialettico con le lotte e i movimenti in campo e rappresenti i loro obbiettivi dentro un progetto che li contempli altrimenti è cosa fine a se stessa e quindi inutile

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