La fase che stiamo attraversando è cruciale rispetto ad un nuovo modello sociale che si sta già delineando nell’immediato nei suoi contenuti
Non entrerò nel
merito specifico dei singoli punti: job act, art.18, legge elettorale ecc. su
cui si è già scritto e detto molto dando per scontato la conoscenza in merito
Voglio però
mettere in evidenza alcuni concetti che permettono di inquadrarla bene (la
fase)
E’ necessario
precisare brevemente la diversità che passa tra i concetti di produttività e
produzione.
Sono due cose
ben differenti
Produzione: Quantità finale di prodotto calcolata
al termine del ciclo produttivo e suo valore.
Produttività: la produttività può essere definita in via di prima
approssimazione come il rapporto tra la quantità di produzione e le quantità
di uno o più elementi utilizzati nel processo di produzione e i loro
valori.
Più basso è il
valore di questi elementi è più alta è la produttività
La produttività
in definitiva determina direttamente i profitti dell’azienda
Se si aumenta la
produttività è possibile mantenere inalterati i profitti o addirittura
aumentarli anche a fronte di un calo di produzione e di occupazione
L’ottimo per
un’azienda è aumentare la produzione e la produttività, in un particolare
equilibrio, in funzione delle esigenze di mercato
Quello che oggi
si cerca di attuare con le controriforme, a fronte di un calo di produzione
dovuto alla contrazione dei consumi, è l’incremento della produttività ossia la
riduzione dei valori (costi) degli elementi utilizzati nei processi produttivi
allo scopo di mantenere alti i profitti.
La cosa
ovviamente è più complessa e articolata ma non e necessario procedere oltre.
I costi possono
essere ridotti attraverso l’innovazione dei sistemi di produzione, aumentandone
l’efficienza attraverso l’innovazione tecnologica, l’organizzazione e la
formazione e gli interventi sulla manodopera e i suoi costi.
Come è noto in Italia
la ricerca e l’innovazione sono percorsi che non sono mai stati perseguiti per
miopia strategica del complesso del sistema industriale nazionale che per essere
competitivo sul terreno della concorrenza e incrementare la produzione ha
sostanzialmente seguito il percorso di ricorrere alla leva dell’inflazione e
cioè alla diminuzione del valore della lira rispetto alle altre monete per
vincere la competizione sui mercati ricercando l’incremento immediato dei
profitti senza nessuna visione strategica
Quello che oggi
rimane quindi per far fronte alla contrazione dei consumi e la necessaria
riduzione della produzione è l’incremento della produttività agendo soprattutto,
in mancanza di innovazione, sulla riduzione dei costi di produzione.
Gli interventi
sui costi e sulla manodopera si articolano su: aumento delle prestazioni
lavorative a parità o, meglio, a minor quantità di salario, riduzione dei costi
diretti ed indiretti (salario, salario differito, contributi, ecc.) rapporti
con le aziende terziste dell’indotto ( in concorrenza tra loro), riduzione dei
costi dei servizi (es. esternalizzazioni della logistica, delle manutenzioni
ecc. imprese in concorrenza tra loro)
Per ottenere ciò
è necessario ridurre i diritti e le tutele modificando o ignorando qualsiasi
ambito nei quali sono legalmente definiti ( accordi sindacali, legge 300,
costituzione, ecc.)
Per effettuare
questo passaggio occorre determinare un quadro politico istituzionale capace di
intervenire nel merito senza nessun ostacolo e quindi è necessario intervenire sugli
organismi istituzionali preposti (parlamento) modificando la legge elettorale
all’insegna della necessaria cosiddetta governabilità. ( modifica della
costituzione)
Premi di
maggioranza quote di sbarramento e loro articolazioni vanno in questo senso.
Una volta
superata questa difficoltà modificare ulteriormente la costituzione, (vedi
dichiarazione di Morgan che descrivono bene le esigenze delle imprese
internazionali e della finanza), sarà cosa facilmente realizzabile.
Inoltre diventa
estremamente importante in ogni caso contrastare sul nascere ogni possibilità
di resistenza a partire soprattutto dal mondo del lavoro. Il violento attacco
del governo Renzi, mai visto prima neanche negli ultimi governi di
centrodestra, contro i sindacati, gli scioperi e le lotte in corso è li a
dimostrarlo.
In questo quadro la precarizzazione del lavoro
e la possibilità conseguente di licenziare o non confermare il lavoro ad
assoluta discrezionalità delle aziende si pone l’obbiettivo, oltre alla
riduzione dei costi, di rendere difficoltosa la possibilità di qualsiasi
organizzazione della resistenza, del dissenso e reazione nelle aziende (ricattabilità
dei singoli e ruolo dei sindacati).
Quello che si
sta già delineando nei fatti come percorso per uscire dalla crisi è in ultima
analisi la definizione di un nuovo modello di sviluppo neo liberista che mette
al centro gli interessi delle imprese come variabili indipendenti del sistema
alle quali tutte le scelte politiche,economiche e di condizioni di vita devono adeguarsi e subordinarsi
Negli anni venti
agrari e industriali spaventati dal biennio rosso e dalla rivoluzione russa
armarono e finanziarono il fascismo che prese il potere.
Nell’era della
globalizzazione, nel tempo delle finanziarizzazione dell’economia, agli agrari
e agli industriali, si sono sostituite le centrali formali ed informali del
potere finanziario ed industriale internazionale ed europeo che esercitano a
tutti i livelli il proprio dominio imponendo le scelte politiche ed economiche
anche agli stati nazionali
Il disprezzo per
la democrazia, anche quella formale, lo smantellamento del welfare e dei
diritti, l’aumento delle disuguaglianze a favore dell’aumento dei profitti
mettono in evidenza una specie di nuovo “fascismo” tecnico finanziario del XXI
secolo.
Il fascismo non
deve essere per forza mascellato come
nell’iconografia del duce a cavallo con tutte le sue coreografie.
Quando la
democrazia non c’è e l’informazione si
articola solamente intorno al cosiddetto pensiero unico e cioè la supremazia
delle compatibilità inviolabili legate agli interessi di banche ed imprese
internazionali e nazionali che devono prevalere sugli interessi delle persone,
il lavoro viene massacrato, lo stato sociale e i diritti non esistono più.
Anche i governi
e le politiche nazionali vengono finalizzate esclusivamente alla salvaguardia
di quelle compatibilità e la democrazia e la costituzione diventano un intralcio
da superare.
Ecco ciò che si
sta sostanzialmente delineando sotto i nostri occhi attraverso le controriforme
annunciate.
a livello
politico:
·
modifica
della costituzione e modifica della legge elettorale in
quanto i partiti minori vengono considerati come intralcio alla cosiddetta governabilità
quanto i partiti minori vengono considerati come intralcio alla cosiddetta governabilità
a livello
sindacale:
- l’accordo sulla rappresentanza e le regole sulla contrattazione, e cioè l’estensione dell’esigibilità contenuta negli accordi FIAT e cioè il principio, peraltro condannato dalla corte costituzionale, per cui hanno diritto ad esistere solo i sindacati che sottoscrivono gli accordi e che si impegnano a non scioperare più.
- La sterilizzazione del ruolo del sindacato, soprattutto con l’arrivo dei governi sostenuti dal PD, che non è stato all’altezza dei propri doveri e compiti lasciando passare senza nessuna conflittualità ad esempio la riforma Fornero, le già sostanziali modifiche effettuate all’art.18.
- La negazione del ruolo delle rappresentanze sociali, sancito dalla costituzione, a partire dal ruolo del Sindacato che è stato messo ultimamente in discussione dal Governo Renzi proprio sulla questione lavoro.
Anche la pratica
della “complicità” tra imprese e
sindacati nella gestione della crisi attraverso la contrattazione che aveva a
suo tempo sostituito le pratiche concertative, sembra essere di troppo.
A comandare
sembra esserci solo una persona sostenuta
fortemente dai cosiddetti poteri forti a partire dall’informazione
compatta nel sostenerla e nell’azione di inibire ogni pensiero critico
collettivo e quindi la libertà di pensiero e di espressione
Ogni momento di
lotta e di conflitto tende già oggi ad essere criminalizzato e associato al
terrorismo come nel caso della lotta
contro l’alta velocità in val di Susa, per la casa o contro il lavoro precario
e non ultimo le manganellate ai lavoratori.
Quando tutto
questo diventa reale, come sta avvenendo, come lo dobbiamo chiamare questo
modello sociale, questo nuovo modello di sviluppo che si sta imponendo sotto i
nostri occhi per uscire dalla crisi?
Lavoro, diritti
e democrazia sono inscindibili e sono davvero un’altra cosa.
la fase che
stiamo attraversando è assolutamente straordinaria e richiede a tutte e tutti
noi il massimo impegno affinchè le potenzialità esistenti sul piano sociale e
politico possano svilupparsi e concretizzarsi contro questa tendenza.
Tralasciando
l’analisi sulla fase nefasta della concertazione che ha contribuito a
determinare notevoli arretramenti generando sfiducia e rassegnazione aprendo
quindi la via all’avversario di classe, in questi ultimi due mesi da quando la
CGIL ha ricominciato a fare la CGIL si è aperta una nuova fase di mobilitazioni
e di lotte tutt’altro che scontata sino a pochi mesi fa: le mobilitazioni degli
studenti, gli scioperi articolati della FIOM, lo sciopero dei sindacati di base
e la riuscita oltre ogni aspettativa della manifestazione del 25 ottobre e non
ultimo lo sciopero generale della FIOM del 15 novembre, lo sciopero generale proclamato
per il 12 dicembre hanno mostrato e mostrano una reale disponibilità alla
ripresa di una fase di conflitto sociale e hanno segnato una profonda frattura
con quella che da sempre era stata la sponda politica della CGIL: il PD. Vedi le aspre
polemiche in merito da parte di Renzi.
Queste lotte e
queste mobilitazioni anche se non rappresentano un’alternativa compiuta sul
terreno politico e vogliono soprattutto una risposta sul terreno sociale
segnano fortemente la rottura del consenso di cui ha goduto fin qui il PD ed il
riconoscimento a livello di massa di una sua ultima mutazione che ha rotto ogni
residuo legame con la storia della sinistra.
Sta sempre più
maturando la consapevolezza che questo governo che fa perno sul PD fa da sponda
agli interessi economici dell’avversario di classe.
Anche noi
dobbiamo metabolizzare nella nostra testa questo concetto oramai incontestabile
per valutare come improponibili qualsiasi tentazione di possibili future
alleanze e compromessi per governare
In questo
contesto risulta sempre più evidente l’inutilità e l’opportunismo dei Belli Addormentati
della cosiddetta sinistra residua all’interno del PD. Vedi anche l’ultimo
accordo interno sulla modifica dell’art.18 e gli equilibrismi rispetto alle
votazioni parlamentari.
A fronte di
tutto ciò e tenendo conto anche delle attività della destra radicale e della
lega che giocano su queste contraddizioni aperte un loro ruolo che porta loro
nuovi consensi, si rivela necessaria oggi più che mai la messa in campo di una
sinistra antiliberista decisa e unita capace di rappresentare a livello
politico un’alternativa strategica su come uscire dalla crisi in alternativa al
modello di sviluppo neoliberista che sta avanzando a livello europeo e italiano.
C’e il rischio
oggettivo che a seguito dei risultati delle elezioni regionali in Emilia che ha
visto l’avanzata della Lega venga riproposto il voto utile (utile a chi?)
contro l’avanzata delle destre.
Per dare sostegno alle mobilitazioni e alle lotte oggi
in atto occorre mettere mano, nel momento della rottura dell’egemonia politica
del PD nel sindacato, alla costruzione di una sponda politica capace di
rappresentarne a livello politico gli obbiettivi espressi dalle lotte in corso
e dalle manifestazioni sindacali, sviluppandoli all’interno di un percorso che
porti a un nuovo modello di sviluppo alternativo basato ad esempio sulla tutela dell’ambiente nei suoi
aspetti complessivi dal territorio alla mobilità, le riconversioni industriali
mettendo al centro il benessere sociale e gli interessi della gente comune, che
devono questi si diventare variabili indipendenti come tra l’altro già stabilito dalla costituzione e non l’interesse delle banche e delle imprese.
Individuando nel
contempo nelle grandi ricchezze e nella rendita finanziaria nello stop alle
spese militari e alle grandi opere la fonte principale delle risorse da
reperire per creare piena e buona
occupazione finalizzata a quanto sopra esposto nel rispetto della
contrattazione collettiva e delle leggi vigenti e nell’applicazione dei dettati
costituzionali; estensione dei diritti, del buon lavoro, di un salario decoroso
ecc. ecc.
E oggi di
fondamentale importanza discutere e definire un nostro progetto politico di
sviluppo alternativo, per molti versi già presente, per uscire dalla crisi
mettendo al centro l’interesse delle persone e dei lavoratori, il benessere
sociale e non l’interesse delle banche e delle imprese ad esempio:
- L’abrogazione dell’art.8 del decreto legge n.138/2011 convertito in legge n.148/2011. Il debito non è un problema esclusivamente nazionale
- La riconversione ambientale delle produzioni
- Il NO! alla privatizzazione delle risorse naturali
- Rendere pubbliche le fonti, la produzione,la distribuzione di energia
- Lo sviluppo delle energie alternative e rinnovabili
- Il risparmio energetico
- Lo sviluppo delle infrastrutture nel rispetto dell’ambiente
- Lo sviluppo della mobilità alternativa al trasporto merci su gomma
- Lo sviluppo di un’agricoltura economica ed ecologica sostenibile
- La messa in campo di un piano per il lavoro coerente
Un piano per il
lavoro coerente con un nuovo modello di sviluppo alternativo che metta al
centro gli interessi della gente che lavora partendo dai problemi reali:
precarietà, disoccupazione , la difesa e l’estensione del welfare.
La riduzione
dell’orario di lavoro settimanale e quello relativo a tutto il periodo
lavorativo per la redistribuzione del lavoro per ridurre drasticamente la
disoccupazione
La
redistribuzione del reddito.
L’intervento
pubblico nei settori di pubblica utilità.
Un modo per
reperire le risorse individuando chi deve pagarne i costi.
E’ una ricetta
opposta a quella avanzata da Renzi che vuole invece proseguire nelle politiche
di austerità e cioè nell’aggravamento della crisi che ormai è diventata
deflazione.
Un piano per il Lavoro che non sia solo un progetto ma è una proposta di
lotta su cui costruire relazioni sociali e conflitto, territorio per
territorio, settore per settore.
un piano per il
lavoro per la cui realizzazione è necessario costruire un forte movimento di
lotta per il lavoro e un nuovo modello di sviluppo ed è utile per ricominciare
a parlare al paese a partire dai problemi del paese.
Ovviamente tutto
ciò necessita di trattazione più approfondire.
Per questo più
che mai è necessari la presenza organizzata di un soggetto politico unitario
della sinistra antiliberista capace di indicare, contestualmente alle lotte in
corso, una prospettiva nuova e diversa di uscita dal capitalismo in crisi e di
contribuire a creare la sponda politica adeguata.
Senza questo
sbocco inevitabilmente tutte le lotte in corso, data la durezza dello scontro
in atto e l’impossibilità di trovare altre strade esterne alle due ipotesi di
modello di sviluppo, andranno incontro ad una sconfitta.
Per questo la
trasformazione dell’Altra Europa da lista elettorale in struttura organizzata e
un passaggio ineludibile sia nei modi che nei tempi.
Andare troppo oltre nei tempi nell’affrontare
questi nodi, significa arrivare in
ritardo rispetto alla fase, perdere l’occasione e rinunciare definitivamente a
questo ruolo e al nostro progetto per fare altro, attraverso accordicchi elettoralistici
per procacciarci inutili poltrone,
sconfessando quanto fatto nella campagna elettorale, i relativi contenuti, i
risultati ottenuti e le aspirazioni sollecitate.
La presenza
nelle istituzioni ha senso se è in
rapporto dialettico con le lotte e i movimenti in campo e rappresenti i
loro obbiettivi dentro un progetto che li contempli altrimenti è cosa fine a se
stessa e quindi inutile
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