I paradisi delle multinazionali
Tra i quindici paradisi fiscali societari più aggressivi al mondo ci sono 4 paesi europei. Anche perché l’Unione Europea ha scelto di contrastare solo i paradisi fiscali all’esterno dei suoi confini
In Europa la concomitanza dell’abolizione delle frontiere per le imprese,
l’istituzione della moneta unica e lo sviluppo di ingegnerie finanziarie in
grado di sfruttare al meglio le tecnologie informatiche stanno favorendo da
diversi tempo l’erosione della base imponibile delle grandi imprese nei paesi
ad ‘alta’ pressione tributaria, non solo verso i classici paradisi fiscali come
Montecarlo e la Svizzera ma soprattutto presso paesi ‘insospettabili’, membri
dell’Unione e della moneta unica.
L’Euro, dopo avere eliminato il ricorso alla politica monetaria per il
recupero di competitività e per contenere il debito pubblico, ha favorito la
concorrenza fiscale tra i paesi per attrarre imprese. La mancanza di controlli
sul movimento dei capitali e la libertà di stabilimento delle imprese ha
facilitato la creazione di filiali in molti paesi per beneficiare delle sempre
più numerose facilitazioni fiscali finalizzate all’attrazione di capitali.
Il binomio ingegneria finanziaria-Internet ha permesso alle imprese
multinazionali di distribuire la base imponibile tra più paesi per minimizzare
il carico fiscale complessivo. L’importanza del ‘global tax planning’ è
cresciuta fino a rendere indispensabile tale funzione manageriale in ogni
gruppo imprenditoriale.
L’elusione fiscale delle grandi imprese, ovvero la costituzione di società
o di altri artifizi giuridici finalizzata a ridurre il carico tributario
surrettiziamente pur rispettando formalmente le norme fiscali trova nell’Unione
Europea una zona franca, immune in molti casi dall’azione della magistratura e
delle polizie tributarie, che a differenza delle imprese debbono fare i conti
con i confini nazionali.
Il concetto stesso di paradiso fiscale oggi è più sfumato ed include sia i
paesi con tassazione minima o nulla dei profitti ma anche quelli che dispongono
di una normativa che ostacola nei fatti lo scambio di informazioni con le
amministrazioni fiscali straniere.
I rischi per i bilanci pubblici originati da una concorrenza fiscale è
stata messa in risalto da tempo anche dall’Ocse nel 1998 con il rapporto
‘Harmful Tax Competition: An emerging global issue’ in cui proprio viene
analizzato e dettagliato il concetto di concorrenza fiscale dannosa e gli
effetti nefasti dei comportamenti da free rider delle multinazionali che
beneficiano di appalti e commesse della spesa pubblica per fare profitto
trasferiti e tassati nelle comode sponde dei paradisi fiscali. Da allora l’Ocse
pubblica periodicamente le liste nere e grigie dei paradisi fiscali
sottolineando quali sono le criticità che ogni paradiso sfrutta a discapito
degli altri paesi.
Lo stato di Bermuda è forse il più importante paradiso fiscale nel mondo e
i dati di un rapporto Oxfam mettono in evidenza l’entità inquietante del
fenomeno dell’elusione fiscale delle grandi imprese: ‘…nel 2012 le
multinazionali USA hanno dichiarato alle Bermuda profitti per 80 miliardi di
dollari, ossia più di quanto dichiarato complessivamente in Giappone, Cina,
Germania e Francia…’.
Dall’inizio del 2000 nel cuore dell’Unione Europea le normative fiscali
nazionali hanno intrapreso una china sempre più spesso mirata a favore delle
agevolazioni tributarie alle grandi imprese per attrarre capitale dall’estero,
nonostante i rigidi parametri richiesti dall’Euro. Il conto di tali politiche
alla fine risulta pagato da gli altri contribuenti: lavoratori, pensionati e
piccole imprese che non dispongono della capacità di elusione delle grandi
imprese e dagli utenti dei servizi pubblici sempre meno frequenti per la
mancanza di fondi.
Quasi a sorpresa il rapporto Oxfam, pubblicato il 12 dicembre 2016, stila
la graduatoria dei ‘15 paradisi fiscali societari più aggressivi al mondo’,
definiti secondo criteri come: l’aliquota sui redditi societari, gli incentivi
fiscali disponibili e la carenza di cooperazione internazionale in materia di
contrasto all’elusione fiscale. A sorpresa dopo i soli noti come le Bermuda e
le Isole Cayman, si trovano l’Olanda (terzo posto), l’Irlanda (sesto posto), il
Lussemburgo (settimo posto) e Cipro (decimo posto), ovvero quattro membri
dell’Unione e dell’Euro. Nel cuore dell’Europa, le istituzioni europee non
hanno contrastato nella maniera dovuta l’emersione del fenomeno ‘paradiso
societario’, che nel caso di Cipro e Irlanda non è stato sufficiente ad evitare
pesantissime crisi finanziarie.
La graduatoria di Oxfam è destinata a essere ignorata perché utilizza
metodi diversi rispetto a quelli più blandi dell’Ocse e perché l’Unione Europea
ha scelto di contrastare solo i paradisi fiscali all’esterno dei suoi confini.
La concorrenza fiscale sempre più agguerrita fra paesi dell’Unione Europea
sta riducendo progressivamente le aliquote sui profitti, erodendo la base
imponibile delle grandi imprese a scapito del gettito tributario. Come racconta
il rapporto Oxfam, in Olanda solo la patent
box , ovvero l’esenzione fiscale totale o parziale derivante dallo
sfruttamento di brevetti, licenze e marchi, dovrebbe ridurre del 7,6% il
gettito tributario d’impresa nel 2016.
Gli altri paesi dell’Unione non sono da meno e nel giro di pochi anni hanno
creato le proprie patent box, soluzione adottata nel 2015 anche in Italia,
assieme ad altre forme di agevolazioni rivolte dichiaratamente alle imprese
estere.
La pratica sempre più diffusa del ruling internazionale, ovvero la stipula
di accordi preventivi di norma riservati fra le multinazionali e
l’amministrazione finanziaria ospitante consente di concordare aliquote fiscali
di favore che di fatto sono forme di concorrenza sleale nei confronti degli
altri paesi membri.
Le recenti sentenze della Corte Europea hanno sanzionato il Lussemburgo per
FCA e Starbucks, e l’Irlanda per Apple, perché hanno utilizzato lo strumento
fiscale per corrispondere aiuti di Stato proibiti dai trattati dell’Unione
Europea. Eppure la sanzione comminata ai paesi trasgressori sembra poca cosa,
normalmente il pagamento delle imposte al netto dell’accordo di ruling, da parte
delle imprese beneficiarie, rispetto al prezzo salato richiesto, in termini di
sacrifici e di democrazia come nel caso della Grecia, per il mancato rispetto
dei parametri di bilancio richiesti dall’Euro.
Anche l’Italia, dopo alcune timide aperture alla fiscalità di favore per le
società multinazionali emanate alla fine degli anni novanta, nei due anni del
governo Renzi, ha spinto sull’acceleratore per lanciarsi nella corsa degli
sconti e delle esenzioni fiscali per le grandi imprese. Patent Box, regimi di
ammortamento agevolato per gli investimenti, leggi volte a favorire le start up
e le piccole imprese innovative, incluse le filiali estere delle multinazionali
straniere, abolizione dell’Irap e riduzione dell’imposta sul reddito delle
società sono diventati la parte fondamentale delle leggi di bilancio del
governo Renzi. Inoltre le politiche del governo di centro sinistra non hanno
risparmiato nemmeno la lista nera dei paradisi fiscali stilata
dall’Amministrazione tributaria, abolita dal 2017, togliendo un altro strumento
per contrastare i fenomeni elusivi delle imprese multinazionali.
Il risultato di politiche economiche sbilanciate a favore delle imprese si
trovano nei conti pubblici riportati dai documenti ufficiali. Nel Documento di
Economia e Finanza del 2016 il quadro degli incassi fiscali mostra come sia
sceso tra il 2013 e il 2015 il peso delle imposte indirette a carico delle
società di capitale già assai più contenuto rispetto a quello delle persone
fisiche.
La maggior parte dei 249 miliardi di imposte indirette riscossi nel 2015
provengono dall’Irpef in continua ascesa dal 2013: da 166 a 182 miliardi, a
contrastare il declino dell’Ires, la tassa sugli utili d’impresa delle società
di capitale che scende da 41 a 36 miliardi di Euro, con ulteriori sconti
previsti per il 2016 e 2017.
L’asta fiscale al ribasso senza fine a favore delle multinazionale
all’interno dell’Unione non é ancora terminata, anzi le politiche monetarie
restrittive, le direttive che impongono l’apertura dei servizi pubblici al mercato
e la mancanza, anche nell’agenda politica, di strumenti per contrastare tale
fenomeno favorisce una concorrenza fiscale sleale a favore delle grandi imprese
e a scapito delle persone che debbono sostenere il peso della spesa pubblica
nazionale.
Il prezzo politico si riassume in maggiori diseguaglianze sociali, in
sistemi di welfare sempre più ridotti e in un rifiuto da parte dei ceti
popolari delle istituzioni europee, che non a caso vedono come il fumo negli
occhi qualsiasi iniziativa referendaria che entri nel merito della loro
legittimità.
Di fronte a tale scenario è necessario riflettere sulle conseguenze di
medio termine. In Italia le risposte del centro sinistra di Renzi sono state
meno tasse per le grandi imprese, meno diritti per i lavoratori, e minor costo
del lavoro grazie al Jobs act e i voucher con una classe lavoratrice che ha
ormai voltato le spalle alla sinistra cercando risposte in movimenti populisti
e nei nazionalismi.
Oggi il dibattito non è più la scelta fra euro o lira, ma i ruoli e i
poteri delle istituzioni europee.
Una sinistra che tralascia come priorità la difesa della classe lavoratrice
per tutelare gli interessi delle grandi imprese per timore di mettere in
discussione le istituzioni europee è condannata a un declino inesorabile.
ECONOMIAINTERNAZIONALEFonte: sbilanciamoci.info Autore:
Leopoldo Nascia
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