L’Ape è
descritta come una soluzione ai problemi di accesso alla pensione. Ma per come
è stata congegnata, l’operazione ricorda lo stile mafioso che prima ti brucia
l’auto e poi ti costringe a pagare il pizzo per avere protezione.
di Carmine Tomeo
Ed ecco arrivata
la “soluzione” del governo Renzi alla disgraziata riforma Fornero sulle
pensioni.
Almeno a
detta del presidente del Consiglio, che pochi giorni prima dell’intesa del 28
settembre tra governo e sindacati aveva affermato: "Ha avuto problemi
grossi chi voleva andare in pensione e per la Fornero non ha potuto.
Per queste
persone faremo un anticipo della pensione che si chiama Ape".
L’acronimo
sta per anticipo pensionistico. Si tratta della possibilità di andare in
pensione a 63 anni: 3 anni e 7 mesi prima della pensione di vecchiaia.
Sul
piatto, il governo ha messo 6 miliardi di euro in tre anni, che serviranno
anche per la quattordicesima per le pensioni minime, che si tradurrà, ha detto
Renzi, in 80 euro al mese.
Certo, annunciata
pochi giorni dopo aver fissato la data per il referendum costituzionale,
ricorda tanto le famose 80 euro in busta paga annunciate prima delle elezioni
europee.
Fin qui tutto
bene, ma solo in apparenza.
La
riforma Fornero rimane lì dov’è e per gli esodati c’è solo una rassicurazione
del presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano che
l’ottava salvaguardia
non salterà.
Intanto
alla riforma Fornero nessuno sogna di metterci mano; anzi, conviene che resti
lì alle banche, al padronato ed al loro governo amico.
Quello
che nasconde l’Ape, dietro i mirabolanti annunci di Renzi, è scritto
nell’intesa
tra governo e Cgil, Cisl e Uil (che hanno mostrato solo poche, moderate e tra
loro differenti perplessità).
In sintesi,
con l’Ape un lavoratore che vuole andare in pensione sarà costretto ad
accendere un mutuo da restituire a rate per vent'anni.
Ovviamente
il prestito prevede la restituzione con interessi e la stipulazione di
un’assicurazione che, è stato calcolato, potrà valere anche il 30% dell’Ape.
In
pratica, un lavoratore, per accedere ad un diritto, alla meritata pensione dopo
decenni di fatiche, è costretto ad ingrossare i profitti di banche e
assicurazioni.
La
situazione è quindi questa: PD e centrodestra hanno votato la riforma Fornero
che ha aumentato l’età pensionabile, impedendo così ai lavoratori di accedere
ad un sacrosanto diritto.
Ora, PD e
centrodestra costringono i lavoratori che per qualsiasi motivo
(disoccupazione
in età da pensione, stanchezza dopo decenni di fatiche che costringono al
riposo) hanno bisogno di anticipare, rispetto alla riforma Fornero, l’età
pensionabile, è costretto a chiedere un prestito per avere una pensione.
Per
ripagare il prestito, il pensionando dovrà rinunciare fino al 25% dell'assegno
pensionistico che probabilmente già non garantirà un'esistenza dignitosa,
peraltro ridotto per non aver versato gli ultimi 3 anni e 7 mesi di contributi
e restituire, infine, una cifra che si avvicina al doppio del prestito.
Questa
operazione il governo Renzi la descrive come una generosa soluzione
ai
problemi di accesso alla pensione che i governi di larghe intese tra Pd e
centrodestra hanno creato.
E invece,
per le modalità con cui è stata congegnata, l’operazione ricorda tanto lo stile
mafioso che prima ti brucia l’auto e poi ti costringe a pagare il pizzo per
avere
protezione.
Certo,
nell’intesa si parla anche di Ape agevolata per categorie di lavoratori
maggiormente bisognosi (di cui, però, non si definisce alcun criterio)
interamente a carico dello Stato.
Ma,
poichè nell’intesa non si accenna al recupero dell’evasione fiscale o ad
una tassa
sui grandi redditi, è facile prevedere che l’Ape sarà finanziata con la
fiscalità generale: in pratica la pagheranno gli stessi lavoratori.
E inoltre
rimane intatta la natura di questa manovra che si prefigura già in maniera
chiara come un grosso affare per banche, istituti finanziari e aziende.
Infatti
Boccia, il presidente di Confindustria, gongola e sottolinea il «clima di leale
confronto tra Governo e parti sociali» che «è una grande valore per il Paese».
E lo
afferma a ragione, dal suo punto di vista, dal momento che l’intesa prevede,
per l’uscita anticipata del lavoratore,
che l’azienda versi all’Inps “una contribuzione correlata alla retribuzione percepita
prima della cessazione del rapporto di lavoro” per liberarsi di lavoratori da
sostituire con altri lavoratori che però, grazie al Jobs act, saranno più
precari, con meno diritti, più ricattabili.
Questo
perché l’Ape potrà essere adottata dalle aziende, non solo in caso di crisi (e
già ne guadagnerebbero, sottraendosi, ad esempio, alle trattative sugli
incentivi
all’uscita
anticipata), ma anche si legge nel verbale dell’intesa “per governare i
processi di turnover aziendali”.
L'aspetto
generale del meccanismo, sta nel costringere i lavoratori ad
ingrossare
i profitti di banche, assicurazioni e padronato, affinché possano accedere alla
pensione, cioè per vedersi restituire il proprio salario differito.
È un
altro passo verso la privatizzazione dello stato sociale, che i lavoratori
hanno conquistato con le loro lotte, ma che banche, istituti finanziari e
aziende vedono come una fonte di profitto.
E non si fermeranno
qui, come dimostrano le pretese padronali sui nuovi contratti collettivi che
tendono alla liquidazione della sanità pubblica a favore di un fondo per la
sanità integrativa.
La linea è
chiara: al padronato si concede di mettere le mani ovunque possano fare
profitto, sulle spalle dei lavoratori costretti a subire la legge Fornero sulle
pensioni ed il Jobs act.
Non si
fermeranno da soli, occorre costruire l'opposizione politica e sociale alla
loro arroganza.
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