“Gli Agnelli si riprendono La Stampa e
comprano Repubblica”. Questo il titolo e il senso, in realtà “riduttivo”, di
quasi tutti gli articoli usciti in questi giorni per dare la notizia
dell’acquisto da parte della finanziaria Exor (famiglia Agnelli) del gruppo
editoriale Gedi, la società che possiede l’Espresso e Repubblica, La Stampa e
Il Secolo XIX, ma anche 13 quotidiani locali (dal Piccolo di Trieste al
Tirreno, dal Messaggero veneto alla Nuova Venezia, dalla Gazzetta di Reggio a
Il Piccolo, tanto per capirci), una serie di periodici tra cui MicroMega,
National Geographic e Limes, una rete di radio tra cui Dee Jai e Radio Capital,
una divisione “Digitale” (Tvzap, Dee Jai tv, Maymovies) e infine, tanto per
gradire, la concessionaria di pubblicità A. Manzoni e &.
È ovvio che l’attenzione si concentri
sul dato più eclatante, l’acquisto di Repubblica e de l’Espresso, che già da
solo dovrebbe far preoccupare tutti sullo stato del pluralismo
dell’informazione nel nostro paese. Ma se a questo si aggiunge un controllo
capillare di fatto del territorio attraverso i giornali locali, le radio e le
televisioni e il controllo “economico” attraverso la concessionaria di
pubblicità, direi che l’allarme diventa davvero serio....
Serio sul piano dell’occupazione: già a
novembre il gruppo Gedi aveva dichiarato per il Secolo XIX un esubero di 37
lavoratori poligrafici su 38 e a livello nazionale l’esubero di 121
poligrafici. E il piano di ristrutturazione degli Agnelli dopo l’acquisizione
della Gedi non prevederà certo un incremento di lavoratori poligrafici né di
giornalisti.
E serio ancor più sul piano della
democrazia reale, sul quel diritto alla libertà di informazione e ad essere
informati previsto dalla Costituzione.
Credo però che insieme alle
preoccupazioni e agli allarmi occorra interrogarsi sul come si sia potuti
arrivare a rendere possibile una tale situazione, su quanto si siano a volte
sottovalutate leggi di settore o più spesso la mancanza di leggi che regolino
la produzione di cultura e di informazione, sul perché in tutti questi anni ci
sia stato un sostanziale silenzio da parte di tutte quelle forze professionali
sociali e culturali che avrebbero dovuto quantomeno “vigilare” sul sistema
delle comunicazioni e della produzione culturale.
E ancora di più credo sia urgente
cominciare a ragionare insieme (forze politiche, sociali, culturali e
professionali) sul ruolo centrale dello Stato in questi settori e
sull’elaborazione di nuove leggi di sistema non solo all’altezza delle nuove
sfide tecnologiche, come si usa spesso dire, ma in grado di garantire realmente
a tutti le possibilità concrete di accedere alla produzione e alla fruizione
dell’informazione, della comunicazione e della produzione culturale. Perché
questo è quello che garantisce la Costituzione; perché questo è quello per cui
penso si debba battere qualunque forza realmente di sinistra; perché anche
questo è un terreno della lotta di classe.
Pochissimi dati, solo per capire di
cosa stiamo parlando, intanto per quanto riguarda l’informazione stampata (piccola
ma determinante parte dell’informazione complessiva). Un dato generale, che
riguarda l’editoria libraria (fonte Aie) ma che ci fa comprendere qualcosa
anche per quanto riguarda la lettura dei giornali e ci dimostra come
conoscenza, informazione, formazione e cultura siano elementi inscindibili: tra
i 5 maggiori mercati editoriali europei, l’Italia è il paese con il più basso
indice di lettura di libri tra la popolazione adulta. Tra i giovani solo l’1 %
dedica alla lettura un’ora continuativa al giorno. Il nostro paese è
all’ultimo posto per il livello di comprensione dei testi.
Secondo i dati Ads (Accertamento
diffusione stampa) relativi al mese di settembre 2019 solo il Corriere della
sera e Repubblica vendono nelle edicole intorno alle 200.000 copie, tutti gli
altri quotidiani sono ampiamente sotto questa soglia: la Stampa 112.000, il
Messaggero 78.000, il Fatto 30.000, il Manifesto circa 8.000.
Le edicole continuano a chiudere
inesorabilmente: circa 4.000 in dieci anni. In Toscana hanno chiuso 377
edicole, nel Veneto 321, solo Milano ne ha perse 284. In Sicilia c’è un’edicola
ogni 6.476 abitanti, una ogni 5.172 abitanti in Puglia.
Allora provo ad indicare solo alcuni
dei temi sui quali iniziare a riflettere e che a mio parere costituiscono dei
punti cardine per qualsiasi reale riforma del settore dell’informazione e della
comunicazione.
Una vera normativa antitrust, verticale
e orizzontale, che impedisca da un lato la formazione di posizioni dominanti (e
non solo l’abuso di esse, come prevedono le attuali leggi) e dall’altro la
concentrazione nelle stesse mani della produzione e/o distribuzione di diversi
“mezzi di comunicazione”: chi edita quotidiani e periodici non può possedere
emittenti televisive o radiofoniche né concessionarie di pubblicità; le imprese
di produzione e distribuzione cinematografica non possono editare quotidiani o
periodici né possedere emittenti televisive, e così per i diversi settori
dell’industria culturale.
Leggi di sistema che mettano di nuovo
al centro il ruolo sociale dello Stato e quindi l’intervento pubblico a
sostegno dell’editoria indipendente, di quella cooperativa, di quella di
partito, di quella culturale. La libertà, l’indipendenza e il pluralismo
dell’informazione e della comunicazione si garantiscono con regole trasparenti
e finanziamenti certi per tutte quelle attività che con le sole
regole e i soli meccanismi di mercato non potrebbero neanche vedere la luce e
che comunque una volta nate non riuscirebbero a vivere.
E la libertà, l’indipendenza e il
pluralismo dell’informazione e della comunicazione si difendono se si
garantisce da un lato con il sostegno pubblico la sopravvivenza e la vita dei
cosiddetti “punti vendita”, cioè le edicole, e dall’altro la possibilità di
accesso di tutti all’informazione: una delle principali cause della diminuzione
drastica di vendita di quotidiani è la crisi economica e quindi la difficoltà –
spesso l’impossibilità – per i lavoratori di acquistare anche un solo giornale.
Il sostegno pubblico deve servire anche a garantire una politica dei prezzi per
i quotidiani e i periodici.
E ancora, la libertà, l’indipendenza e
il pluralismo dell’informazione e della comunicazione si difendono garantendo
il lavoro e i lavoratori: quale libertà può avere un giornalista pagato 7 euro
a “pezzo”? spesso senza contratto? Quale libertà può permettersi un giornalista
che deve affrontare da solo, con i propri mezzi, denunce intimidatorie?
Ma non si garantisce la libertà di
“in-formare” e di essere “in-formati” se non si capisce fino in fondo il nesso
stretto tra informazione, formazione, comunicazione e cultura, se si affronta
un solo settore dell’industria culturale e non tutto il sistema.
Se non si porta l’intervento pubblico
complessivo nella cultura perlomeno all’1 percento del Pil. Se non si
restituisce la Rai al suo ruolo di servizio realmente pubblico, riportandola
sotto il controllo del Parlamento e sottraendola a quello del governo; se non
si lavora per far sì che la Rai torni ad essere volano di tutta l’industria
culturale del nostro paese, un’azienda democratica, decentrata e partecipata
che possa ridare vita a tutta la produzione indipendente diffusa su tutto il
territorio nazionale, pluralistica nella sua offerta culturale complessiva, nel
rispetto dei tanti “pubblici”, sganciata dalle logiche di mercato superando
l’aberrante distinzione tra programmi “di servizio” e programmi commerciali.
Se non si riformano tutti i settori
della produzione culturale ed artistica tornando a finanziare con l’intervento
pubblico le opere e non il mercato e le imprese, sostenendo la produzione
indipendente. Se non si difendono tutti i luoghi della cultura.
Se non si riconoscono i diritti dei
lavoratori di tutti i settori dei beni e della produzione culturale e artistica.
di Stefania Brai
Resp. cinema, teatro, beni culturali
Nessun commento:
Posta un commento