Un appello della Federazione delle banche etiche chiede di tassare le transazioni finanziarie, combattere i paradisi fiscali e il sistema bancario ombra.
«Cambiamo la finanza per cambiare l’Europa» è l’appello lanciato dalla Federazione europea delle banche etiche e alternative — Febea, la rete di 25 istituti in 14 Paesi europei con oltre 500 mila tra soci e clienti. Un appello indirizzato ai candidati alla Presidenza della Commissione e che chiede un impegno su sei proposte chiave per «ricondurre la finanza al servizio del bene comune».
La prima
riguarda l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie
per contrastare speculazione ed eccessi quali il trading ad alta
frequenza. Il Parlamento ha votato a larga maggioranza per una sua
introduzione, la Commissione ha pubblicato ormai due anni fa
un’ottima bozza di direttiva, 12 Paesi hanno avviato una procedura di
cooperazione rafforzata per accelerare i tempi. Eppure,
unicamente a maggio del 2014 l’Ecofin sembra avere dato un timido
via libera, ancora con moltissime ombre su quali saranno gli
strumenti sottoposti a tassazione e su tempi e modalità di
introduzione. La seconda verte sulla separazione tra banche
commerciali e banche di investimento. Una misura centrale anche
secondo il rapporto Liikanen, commissionato dalla stessa Ue per
capire le priorità da affrontare e guidato dal governatore della
Banca Centrale finlandese. Una regola recentemente reintrodotta
negli Usa ma ancora in fase embrionale nel vecchio continente. La
terza chiede di riconoscere l’esistenza di diversi modelli bancari, e
della finanza etica in particolare, anche nell’applicazione
dell’accordo di Basilea III. Un accordo per ridurre il rischio e
aumentare quantità e qualità dei patrimoni bancari, ma duramente
criticato anche perché pensato a “taglia unica” su misura per i
gruppi di maggiore dimensione. Nel tradurre nell’Ue tale accordo
(tramite la Direttiva Crd) sarebbe possibile rimediare almeno in
parte a tali storture.
La richiesta successiva è per un impegno maggiore nel contrasto ai paradisi fiscali. Qualcosa è stato fatto negli ultimi anni, ma con tempi spropositati rispetto a quelli con cui l’ingegneria finanziaria inventa nuovi trucchi per eludere le poche regole in vigore. È necessario ribaltare l’attuale approccio, non prendendosela con l’isoletta tropicale di turno ma impedendo alle nostre imprese e banche di sfruttare le scappatoie esistenti. Per questo servono una rendicontazione Paese per Paese dei bilanci e la fine dell’anonimato sulla reale proprietà delle imprese.
Si passa poi al sistema bancario ombra, quella pletora di società che si comportano come banche senza essere sottoposte a controlli e vigilanza. È forse la questione che meglio mostra l’inaccettabile lentezza dell’Ue. A settembre 2013 il Commissario Barnier afferma che «dobbiamo adesso interessarci dei rischi causati dal sistema bancario ombra». Mentre gli Stati sono sottoposti a un controllo strettissimo, per questo gigantesco sistema che si muove al di là di qualsiasi regola, oltre cinque anni dopo il fallimento della Lehman Brothers, la Commissione, bontà sua, dichiara che è tempo di mostrare un qualche interesse. In ultimo, l’appello pone una domanda sulla regolamentazione dei derivati, a partire dagli Otc, ovvero gli strumenti negoziati al di fuori delle Borse valori e che sono utilizzati per oltre il 90% in attività puramente speculative. Come in altri casi, qualcosa è stato fatto (in particolare con la Direttiva Emir e l’introduzione di limiti per i derivati sulle materie prime), ma è nuovamente troppo poco per potere seriamente contrastare gli enormi impatti di tali strumenti.
Le richieste potrebbero essere anche altre, ma queste sei sono tra le più urgenti se non altro per evitare che un disastro come quello che ha colpito l’Europa negli ultimi anni possa ripetersi. Parliamo di proposte note da tempo, ma la cui introduzione è impantanata tra ritardi, veti incrociati e infinite discussioni. Una situazione in cui gioca un peso decisivo l’azione delle potentissime lobby del settore. Per questo, al di là del merito, colpisce come a lanciare l’appello siano 25 banche e istituti finanziari. Banche che chiedono regole certe e più stringenti contro la finanza speculativa, e che mostrano concretamente, tramite il loro operato quotidiano, come un modello bancario nettamente differente sia non solo possibile, ma funzioni anche molto meglio di quello tradizionale. Due modi lontanissimi di intendere la finanza. Da un lato un fine in se stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile; dall’altro uno strumento trasparente al servizio delle persone e dell’economia. La finanza come problema o come parte della soluzione. In ultima analisi, l’appello domanda semplicemente ai candidati alla presidenza della Commissione da quale lato intendano schierarsi.
La richiesta successiva è per un impegno maggiore nel contrasto ai paradisi fiscali. Qualcosa è stato fatto negli ultimi anni, ma con tempi spropositati rispetto a quelli con cui l’ingegneria finanziaria inventa nuovi trucchi per eludere le poche regole in vigore. È necessario ribaltare l’attuale approccio, non prendendosela con l’isoletta tropicale di turno ma impedendo alle nostre imprese e banche di sfruttare le scappatoie esistenti. Per questo servono una rendicontazione Paese per Paese dei bilanci e la fine dell’anonimato sulla reale proprietà delle imprese.
Si passa poi al sistema bancario ombra, quella pletora di società che si comportano come banche senza essere sottoposte a controlli e vigilanza. È forse la questione che meglio mostra l’inaccettabile lentezza dell’Ue. A settembre 2013 il Commissario Barnier afferma che «dobbiamo adesso interessarci dei rischi causati dal sistema bancario ombra». Mentre gli Stati sono sottoposti a un controllo strettissimo, per questo gigantesco sistema che si muove al di là di qualsiasi regola, oltre cinque anni dopo il fallimento della Lehman Brothers, la Commissione, bontà sua, dichiara che è tempo di mostrare un qualche interesse. In ultimo, l’appello pone una domanda sulla regolamentazione dei derivati, a partire dagli Otc, ovvero gli strumenti negoziati al di fuori delle Borse valori e che sono utilizzati per oltre il 90% in attività puramente speculative. Come in altri casi, qualcosa è stato fatto (in particolare con la Direttiva Emir e l’introduzione di limiti per i derivati sulle materie prime), ma è nuovamente troppo poco per potere seriamente contrastare gli enormi impatti di tali strumenti.
Le richieste potrebbero essere anche altre, ma queste sei sono tra le più urgenti se non altro per evitare che un disastro come quello che ha colpito l’Europa negli ultimi anni possa ripetersi. Parliamo di proposte note da tempo, ma la cui introduzione è impantanata tra ritardi, veti incrociati e infinite discussioni. Una situazione in cui gioca un peso decisivo l’azione delle potentissime lobby del settore. Per questo, al di là del merito, colpisce come a lanciare l’appello siano 25 banche e istituti finanziari. Banche che chiedono regole certe e più stringenti contro la finanza speculativa, e che mostrano concretamente, tramite il loro operato quotidiano, come un modello bancario nettamente differente sia non solo possibile, ma funzioni anche molto meglio di quello tradizionale. Due modi lontanissimi di intendere la finanza. Da un lato un fine in se stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile; dall’altro uno strumento trasparente al servizio delle persone e dell’economia. La finanza come problema o come parte della soluzione. In ultima analisi, l’appello domanda semplicemente ai candidati alla presidenza della Commissione da quale lato intendano schierarsi.
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