Candidati a essere poveri oggi e domani. Quello
che il rapporto sui voucher non dice
22 marzo 2016
Il rapporto del
ministero del Lavoro e dell’Inps sull’uso dei voucher pubblicato oggi
approfondisce parzialmente alcuni temi e questioni sollevate nel corso dei mesi
sulla progressiva, e inarrestabile, diffusione di questo strumento di
regolazione delle prestazioni di lavoro occasionali.
Eravamo rimasti al numero di voucher venduti nel
2015: 114.921.574. Oggi sappiamo che i lavoratori che hanno ricevuto almeno un
voucher sono 1.392.906, erano 24.437 nel 2008, anno di introduzione dei voucher
per alcune attività legate al settore dell’agricoltura. Poco più della metà
sono donne, mentre nella distribuzione anagrafica continua l’ascesa degli under
25 interessati dal lavoro accessorio: rappresentavano poco più del 15% nel
2008, mentre a fine 2015 costituiscono il 31% dei percettori di voucher.
Inoltre, l’importo medio percepito nell’anno dai più giovani voucheristi è di 554
euro contro i 700 degli over 65, che rappresentano solo il 3,9 percento dei
percettori. Da questo primo dettaglio non è tuttavia possibile capire se il
minor reddito dei giovani dipenda da un minore ammontare di ore lavorate per
prestazioni occasionali oppure perché soggetti più frequentemente a lavoro
irregolare.
Un dettaglio necessario, che purtroppo manca e
rende difficile non soltanto la comprensione del fenomeno ma in un certo senso
indebolisce “l’intenzione e la volontà del Governo e del ministero di
combattere ogni forma di illegalità e di precarietà nel mercato del lavoro e di
colpire tutti i comportamenti che sfruttano il lavoro ed alterano una corretta
concorrenza tra le imprese”. Scorrendo gli ulteriori approfondimenti presenti
nel breve rapporto, è evidente che lo sforzo sin qui fatto da Lavoro e Inps è
solo parziale.
Sempre più spesso ci si è chiesti se
l’esplosione dei voucher fosse o meno legata a un effetto di sostituzione di
precedenti rapporti di lavoro. Ebbene, secondo il rapporto, nel 2015 il 7,9 %
dei lavoratori retribuiti con voucher aveva avuto, nei tre mesi precedenti la
prestazione, un rapporto di lavoro con lo stesso datore; la percentuale sale al
10,0 % se si prende a riferimento un periodo di sei mesi, oltre centomila
lavoratori, di cui 10.000 ex co.co.pro e circa 300.000 ex lavoratori
dipendenti. Questi si distribuiscono nei settori che più fanno ricorso al
sistema dei voucher: turismo, commercio e le non definite “altre attività”.
Le argomentazioni contenute nel rapporto provano
a sdrammatizzare il dato affermando che “è dunque difficile ipotizzare che il
lavoro accessorio abbia rappresentato un’alternativa ad altre forme di
inquadramento, se non per quanto attiene al comparto turistico per prestazioni
che potrebbero essere state precedentemente realizzate mediante ricorso al
contratto a chiamata”. Un’affermazione che sembra depistare, dal momento
che sono coinvolti lavoratori occupati nei servizi, nel commercio e nelle
“altre attività”.
Per comprendere realmente quanto avvenuto a
questi lavoratori, sarebbe necessario accedere ai dati relativi alla
distribuzione delle sostituzioni per settore di attività unitamente a quelle
contrattuali: come si distribuiscono per settori le trasformazioni che hanno
coinvolto i co.co.pro e i lavoratori dipendenti?
Ancora, nel testo si afferma che il decreto sul
riordino dei contratti operato a giugno col D.Lgs. 81/2015 non ha nessun
effetto su queste cifre, dal momento che l’incidenza dei contratti sostituti
sul totale dei prestatori di lavoro occasionale addirittura diminuisce da
luglio. Un’affermazione forte, dal momento che l’incidenza dipende dal numero
totale dei prestatori e che quest’ultima è in costante aumento. Invece, a
guardare i dati sui lavoratori soggetti a trasformazione dei rapporti di lavoro
da dipendente o collaborazione a voucher, si nota che questi ultimi proprio a
partire da luglio aumentano rispetto ai primi mesi dell’anno.
Inoltre, per poter stabilire l’impatto in
termini causali della riforma dei contratti sulla probabilità di sostituzione
di un contratto di collaborazione (o simili) in voucher non basta guardare
all’incidenza delle sostituzioni. Si potrebbe, invece, indagare se la
probabilità di trasformazione cambia prima o dopo l’introduzione del decreto e
per chi.
Infine, in base ai dati del 2014, il 40% dei
voucheristi non percepiscono altri redditi da lavoro o prestazioni sociali:
circa 400.000 lavoratori. Tuttavia, il rapporto non fornisce alcun dettaglio
sulle caratteristiche di questi lavoratori: siano essi giovani, ex dipendenti,
ex co.co.pro non è dato di sapere.
Così come
non è dato conoscere quanti tra questi hanno percepito redditi esclusivi da
voucher anche negli anni o mesi precedenti. Una lacuna non secondaria dal
momento che i voucher come sistema di pagamento per prestazioni lavorative sono
caratterizzati da una contribuzione previdenziale minima, 13%.
I voucheristi esclusivi sono non soltanto i
precari di terza generazione, ma soprattutto, in un sistema pensionistico
contributivo, si candidano ad essere poveri sia oggi, sia domani.
di Marta Fana, dottoranda in
economia presso l’Istituto di Studi Politici di Sciences Po, Parigi –
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