venerdì 25 marzo 2016

RENZISMO E ANTIPOLITICA



L'abbandono della politica

È il rifiuto della politica di colui che lascia volontariamente il compito di governare agli altri: egli si occuperà invece delle sue faccende per vivere nel miglior modo possibile. Sarà comunque coinvolto dalla politica ma egli si manterrà sempre nella cerchia esterna della cittadella del potere. «Tanto non cambia nulla, tanto vale pensare a se stessi».

L'antipolitica passiva
L'antipolitica, che potrebbe definirsi passiva, è di colui non che ha rinunciato all'esercizio della politica ma che non vi è stato mai coinvolto.
Egli è stato sempre l'oggetto della politica mai il soggetto attivo: ha sempre vissuto ai margini della società e la sua vita è stata spesa solo nella ricerca della sopravvivenza.
È l'antipolitica dell'incolto che ormai ha capito il trucco sofistico: rifiuta a priori il linguaggio politico che non capisce perché non gli appartiene e che disprezza come puro esercizio verbale.



L'antipolitica delle masse « O franza o Spagna purché se magna »
Questa è l'antipolitica passiva delle masse contadine che nell'età dei Comuni avevano creduto di poter partecipare da liberi alla conduzione della vita cittadina ma si erano ben presto resi conto dell'inganno quando dopo aver attirato i contadini in città («l'aria delle città rende liberi») affrancandoli ed usandoli come operai per le manifatture, i cittadini sottoposero la campagna alla città con un regime vincolistico dei prezzi dei prodotti agricoli.

«La conquista del contado da parte di ciascun comune fu un fenomeno generale che portò ad una subordinazione permanente delle campagne alle città e ad una disuguaglianza giuridica tra cittadini ed abitanti del contado [...] la subordinazione della campagna alla città non ebbe soltanto un carattere politico ed amministrativo, non fu cioè soltanto subordinazione del contado verso la città nel suo complesso e verso il governo cittadino, ma assunse anche il carattere di una dipendenza di tipo feudale o semifeudale dei contadini verso la classe dominante cittadina [...] La politica annonaria dei comuni, continuata anche dalle signorie e dai principati, fu dominata dalla preoccupazione di assicurare a prezzo relativamente basso e costante i rifornimenti alimentari agli artigiani e ai salariati delle città, le cui agitazioni erano assai temute dalla classe mercantile dominante.»

Quando si dovranno schierare i contadini lo faranno il più delle volte con i nemici della città che li opprime e sfrutta.

L'antipolitica attiva
L'antipolitica attiva è di colui che contesta tutto ciò che riguarda le forme della politica condivisa, le strutture della democrazia politica: le accusa di ideologismo, di astrattezza, di inutili procedure, fonti di lungaggini, a cui vuole contrapporre invece un fare, un'azione spiccia, pratica e fruttuosa.

Questa è la politica di colui che si professa antipolitico e vuole convincere gli altri a rinunciare ad un esercizio politico di stampo tradizionale, quella dei vecchi schemi, per aggregarsi a lui che ha lo spirito e le capacità adatte al fare, che sa gestire la cosa pubblica.
«L'Impero è la pace»

Esemplare a questo proposito il discorso che tenne a Bordeaux nell'ottobre del 1852, al termine di un banchetto, offerto dalla Camera e dal Tribunale di commercio della città, il presidente della repubblica francese Carlo Luigi Napoleone che da lì a due mesi avrebbe assunto il titolo imperiale di Napoleone III.

Il principe-presidente accusa «...l'infausto sistema dei partiti» che per i loro privati interessi stanno mandando in rovina la Francia che, fortunatamente, ha trovato in lui il suo salvatore: «Sono lieto di aver salvato il vascello inalberando solo il vessillo della Francia».
Il futuro imperatore denunzia poi l'azione «deleteria» dei cosiddetti riformatori e la peste verbale degli ideologi che propongono sempre nuovi sistemi «Per giovare al paese non c'è bisogno di applicare nuovi sistemi».

La vera salvezza della Francia sarà affidarsi a lui, il fondatore di un nuovo Impero che aprirà un nuovo corso storico di pace e progresso civile: «Abbiamo immensi territori incolti da dissodare, strade da aprire, porti da scavare, fiumi da rendere navigabili, canali da portare a termine, le nostre reti ferroviarie da completare». Coraggio francesi, forza Francia, si sta aprendo per tutti un'era di pace, sicurezza e lavoro: «Voglio conquistare alla religione, alla morale, all'agiatezza quella parte così ancora numerosa della popolazione che, nel seno della terra più fertile del mondo, può appena godere dei suoi prodotti di prima necessità.»


1866, annus mirabilis
Un altro esempio di antipolitica attiva si ritroverà nell'opera del "cancelliere di ferro", il principe Otto von Bismarck, che convinse l'opposizione liberale borghese a rinunciare al suo ruolo politico dimostrandole come un governo "antipolitico" conseguisse risultati che i liberali tedeschi avevano sempre fallito.

Come nota Benedetto Croce, in Prussia, all'indomani della vittoria nella guerra contro l'Austria, i liberali rimasero prima sgomenti e stupefatti e poi ammirati del "miracolo" di Sadowa e poi cominciarono a dubitare delle loro stesse convinzioni politiche di fronte all'opera di uno «...Stato che, rigettando il governo popolare, fondandosi sull'autorità, prendendo regola solo dall'alto, conseguiva trionfi che nessun altro popolo d'Europa avrebbe saputo né osato contestargli....

Successi non solo politici e militari ma anche nel campo dell'istruzione pubblica, dello sviluppo economico e commerciale, sostenuto dal protezionismo e dal dumping, che porterà la Germania, dopo l'unificazione, a rivaleggiare con la produzione industriale inglese e a formulare una legislazione sociale e protettiva del lavoro che sopravanzava quella di molti stati europei:
« [...] si insinuava qualcosa di mal sicuro e di poco sano.... La coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antinomie interne, incapaci di comporsi in una nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra avidità di godimenti, spirito di avventura e conquista, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disaffezione e indifferenza, com'è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l'uomo la coscienza etica e religiosa... La concorrenza e la lotta dei mercati, conferivano a suggerire il primato dell'energia, della forza, della capacità pratica sui motivi etici e razionali.»

Già si cominciava a pensare che tutto questo fosse il risultato di connaturate capacità di un popolo al quale si attribuiva il diritto di dominare la società e la storia.
La classe borghese liberale rinunciava alla sua opera di mediazione entrava nell'antipolitica, cessava di essere quel ceto "dialettico", come lo definiva Vincenzo Gioberti, tra le classi estreme.

L'antipolitica acritica
È questa l'antipolitica di colui che contesta tutto ciò che viene dalla politica ma non propone nulla per il cambiamento. In ogni atto politico evidenzia solo gli aspetti negativi e considera ininfluenti quelli positivi, che spesso neppure vede. Il mondo politico così com'è non gli sta bene ma in fondo non sa neppure lui quello che vuole.
È questa la classica posizione dell'"uomo della strada", dell'uomo qualunque
« stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole »
che ragiona in base al buon senso comune che vede soluzioni facili a problemi che la politica complica inutilmente.

Il 27 dicembre 1944 usciva nelle edicole "L'uomo qualunque", un settimanale fondato a Roma da Guglielmo Giannini.
In quei mesi seguiti alla liberazione di Roma da parte delle truppe alleate il 4 giugno di quello stesso anno, gran parte dell'Italia settentrionale era ancora in guerra mentre nel resto del paese ritornava una prima forma di vita civile.
Era ripristinata una limitata libertà di stampa, sia pure sotto il controllo dell'amministrazione militare alleata, che aveva dato entusiasticamente vita a numerose pubblicazioni periodiche la maggior parte destinate a chiudere in breve volgere di tempo.
L'"Uomo qualunque" arrivò in tre giorni ad una tiratura di ottantamila copie. Giannini capì allora che l'antipolitica, da lui espressa in un articolo di fondo, trovava vasti consensi:
« [...] da quasi mezzo secolo si vive nel nostro Paese una vita d'inferno a causa della gelosia di mestiere tra i politici di professione. Rivolte, attentati, scioperi, agitazioni, inflazione industriale, caro-vita, interventismo, crisi del dopoguerra, speculazione sulla crisi, fascismo, aventinismo, fuoruscitismo, dittatura, guerre per consolidare la dittatura, catastrofe per liberarcene, sono, per tutti gli italiani, conseguenze del rabbioso litigio fra i 10.000 pettegoli. Siamo finalmente rovinati: cos'altro vogliono da noi gli autori di tutti i nostri mali? Che sopportiamo altri esperimenti, che altri pazzi provino sulle nostre carni le loro teorie?... Noi non abbiamo bisogno che di essere amministrati: e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici... (ci serve) un buon ragioniere: non occorrono né Bonomi, né Croce, né Selvaggi, né Nenni, né il pio Togliatti, né l'accorto De Gasperi... (ci occorre) un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada al 31 dicembre e che non sia rieleggibile per nessuna ragione[12]
Amministrare uno Stato come un'azienda, come un condominio con un onesto amministratore che tenga un ordinato libro dei conti. Tutto ciò che l'Italia aveva dovuto sopportare nel corso degli ultimi decenni era colpa dei politici "pettegoli" e degli ideologi. L'unico punto programmatico del qualunquismo, una serie di negazioni, era la durata in carica dell'"amministratore" e la sua non rieleggibilità, sospettando che altrimenti il prolungarsi dell'incarico avrebbe potuto trasformarlo in politico di mestiere.
Il movimento antipolitico del "Fronte dell'Uomo Qualunque" ebbe vita breve: la stessa necessità di schierarsi politicamente per realizzare il suo programma contraddiceva la sua confusa impostazione ideologica e ne determinò la sua stessa fine. Più tardi, nel 1953, venne fondato a Firenze il modesto Partito Nettista Italiano, con un programma goliardico e canzonatorio che richiamava in chiave paradossale alcune delle istanze "antipolitiche" del precedente Uomo Qualunque.

tratto da wikipedia



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