L'astensionismo azzera qualsiasi velleità. Perdono tutti, compreso M5S, meno che la Lega
Per molti partiti, a cominciare dal Pd, le amministrative sono state un vero e proprio salasso di voti, sia rispetto alle europee che rispetto alle politiche. Qualcuno, per tentare di arginare il disastro, preferisce parlare di "Liste del presidente" (come in Campania), ma i numeri della debacle sono tali che sembra solo una consolazione. A fare la differenza è stato l’astensionismo. Ma non era proprio il voto locale quello che ravvicinava gli elettori alla politica?
Ecco perché questa volta siamo in presenza di un vero e proprio “partito”.
Secondo gli analisti due elementi sembrano tuttavia comuni a tutte e sette le
regioni: l'astensionismo, appunto, e il peso che la crisi economica ha avuto
nelle scelte
.Che l'astensionismo abbia fatto da padrone, lo dimostra il dato generale (ha votato il 53,90% rispetto al 64,13% del 2010), omogeneo in tutte le regioni; e lo certificano alcuni dati esemplari. In Veneto Luca Zaia nel 2010 vinse con 1.528.382 voti (contro i 738.763 di Bortolussi), e quest'anno si ferma a quota 1.107.145 (502.841 quelli di Moretti). In Campania Vincenzo De Luca ha vinto con 985.962 voti, e cinque anni fa con 1.258.787 voti aveva perso contro Stefano Caldoro.
L'astensionismo, spiega il prof Roberto D'Alimonte, direttore del Cise della Luiss, "e' una tendenza che va avanti da anni, ed è composto da due componenti distinte: una quota è strutturale, e cresce anche per l'invecchiamento della popolazione; l'altra quota di elettori va e viene a seconda delle circostanze". Per questa seconda componente, in questa tornata "può aver pesato anche il fatto che fosse il primo ponte estivo", a cui vanno ad aggiungersi altri elementi come "una insoddisfacente offerta politica nelle sette Regioni, dove l'aspetto locale ha prevalso su quello nazionale". Inoltre sull'astensionismo, "ha inciso anche la crisi economica, che ha però in parte premiato anche i partiti di opposizione radicale come Lega e M5s".
Sul Movimento cinque stelle l'Istituto Cattaneo di Bologna non è dello stesso parere. Da un raffronto tra i voti ottenuti dai quattro principali partiti (Pd, M5s, Lega e Fi) rispetto alle Politiche del 2013 e alle Europee del 2014: ebbene, solo il Carroccio avanza, e gli altri tre arretrano. Il Pd ha perso in tutto 2.143.003 voti sul 2014 e 1.083.557 sul 2013. M5s cala del 60% rispetto alle politiche del 2013, ma anche rispetto alle europee del 2014 (-40,4%): in valore assoluto, meno 1.956.613 voti e meno 893.541. In calo anche Fi che sul 2013 e sul 2014 cede 1.929.827 voti e 840.148.
La Lega ha un vero balzo di 402.584 rispetto a due anni fa, e di 256.803 sull'anno scorso. Il dato è confermato da Swg che in uno studio, regione per regione, che i flussi elettorali della Lega sono ovunque solo in entrata, riuscendo a rubare voti sia anche a Pd e M5s e non solo a Fi. Per esempio in Liguria il più 14,7% è arrivato prendendo voti da Pd (1,3%), M5s (2,3%), da Fi (4%) oltre che dall'astensione (6,3%).
Per tornare al Pd, dal punto di vista territoriale la riduzione del partito guidato da Matteo Renzi è stata significativa in tutto il territorio nazionale, ma accentuata soprattutto in Veneto (-65,8%), e in Liguria (-57,3%) e comparativamente meno sostenuta in Toscana (- 42,6%) rispetto alle europee del 2014.
Di Fabio Sebastiani
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