LE FALSE PROVE CONTRO IL SISTEMA PREVIDENZIALE
Da oltre 20 anni siede costantemente sul banco degli imputati, accusato di leso bilancio dello stato, il sistema pensionistico che centrodestra, centrosinistra e governi tecnici hanno inesorabilmente bastonato. Le prove poste a suo carico: la durata media della vita, ahimè, si è innalzata e i lavoratori attivi devono mantenere la pensione a troppi anziani; la finanza pubblica non ce la fa più a sostenere il peso delle pensioni; il sistema retributivo usava i contributi di coloro che lavorano non per “capitalizzarli” al fine di poter erogare loro la futura pensione, come avviene con una sana assicurazione privata, ma – che vergogna! – per pagare le pensioni a chi è già è stato collocato a riposo; e, ultimamente, la notizia che la spesa per la previdenza è oltre il quadruplo della spesa per la scuola.
Proviamo a vagliare queste prove. Le compagnie di
assicurazione hanno l’obiettivo di fare profitti e possono raggiungere questo
loro unico scopo se commisurano le pensioni erogabili ai contributi da ciascuno
versati, tenendo di conto delle probabilità, facilmente calcolabili attingendo
alle statistiche, che il cliente raggiunga l’età pensionabile (non crepi
prima), e che vivrà un numero X di anni durante i quali godrà del vitalizio.
Quindi assicurano prioritariamente il proprio profitto. È sufficiente che i
suddetti calcoli tengano di conto anche delle spese generali e di un “congruo”
margine di utile.
Lo stato invece non è una compagnia di assicurazioni e,
diversamente dai privati, deve intervenire proprio per correggere i meccanismi
di mercato laddove non garantiscono una equilibrata riproduzione sociale. Se
esaminiamo la cosa non dal punto di vista di una singola compagnia, ma della
società nel suo insieme, il prodotto sociale degli attuali lavoratori deve
necessariamente servire a mantenere in vita dignitosamente sia il lavoratore,
sia coloro che attualmente non lavorano perché troppo giovani o troppo vecchi.
Sarebbe singolare una società in cui gli anziani consumano i beni che essi
stessi hanno prodotto negli anni, durante la loro vita lavorativa, e che hanno
diligentemente accantonato e i giovani digiunano in attesa di rifarsi quando
lavoreranno. Proprio non può funzionare così. Ma i nostri governanti,
introducendo il sistema contributivo, hanno preteso che la logica delle
assicurazioni private debba valere anche per l’intera società. Così facendo,
non solo hanno affossato un elemento di solidarietà tra le diverse generazioni,
ma hanno determinato il venir meno di una finalità fondamentale dello stato.
Sempre esaminando le cose dal punto di vista dell’intera
società e non dei “conti della serva”, non è una sciagura, ma un progresso che
la durata media della vita aumenti. E per fortuna le risorse per farsi carico
del mantenimento di un numero crescente di anziani non mancano. La produttività
è infatti aumentata ancora di più della vita media. Fino agli inizi degli anni
60 del ’900, per esempio, la maggior parte della popolazione, compresi molti
bambini, lavorava i campi, eppure erano abbastanza frequenti i casi di
malnutrizione. Oggi lavora in agricoltura una minima parte di popolazione
eppure ci ammaliamo per eccesso di nutrizione. Le comunicazioni richiedevano un
grande dispendio di lavoro, mentre oggi si comunica da un capo all’altro del
mondo agendo in pochi istanti su una tastiera e un mouse. La capacità di
calcolo che richiedeva una stanza piena di ammennicoli e che costava tantissimo
lavoro, oggi è surclassata da qualsiasi PC comprato a buon mercato. Insomma ci
sono le condizioni tecnologiche perché con sempre meno lavoro si possa
mantenere sia una popolazione anziana crescente, sia una crescente popolazione
giovane che prima di accedere al lavoro ha bisogno di un periodo sempre più
consistente di istruzione.
“Sì. Però – obietteranno molti abbagliati dagli aspetti
monetari – i soldi non ci sono, i conti non tornano”. Se i conti non tornano
non è per una calamità naturale, ma la conseguenza del fatto che il frutto di
questa aumentata produttività è andato solo in minima parte a sostenere il
tenore di vita dei lavoratori, delle loro famiglie e degli anziani. Il grosso è andato ai profitti
e alle rendite. Un sistema pensionistico equo, solidale e sostenibile ha
bisogno di una diversa ripartizione della ricchezza sociale e del lavoro
sociale, ma questo è proprio ciò che aborrono i governi asserviti agli interessi
dominanti.
A chi dice che pochi giovani debbono mantenere troppi
anziani, si può rispondere agevolmente che allo stato delle cose, troppi
anziani, trattenuti forzatamente al lavoro, debbono mantenere troppi giovani
che il lavoro
non lo trovano, proprio perché si prolunga la vita lavorativa. Chi cerca di
scatenare una guerra tra generazioni, aizzando i giovani contro il sistema
pensionistico, o è sciocco o in malafede, perché i giovani di oggi, grazie alla
diffusa disoccupazione/precarietà e alle “riforme” previdenziali caldeggiate da
questi agitatori, non vedranno mai la pensione. Se serve sempre meno lavoro per
produrre i beni utili alla nostra esistenza, questo minor lavoro dovrebbe
essere equamente ripartito, altrimenti le nuove generazioni non riescono ad
essere pienamente occupate, come infatti sta certificando anche l’Ocse. Ma
nella nostra società i beni utili prodotti, assumono la forma sociale di merci
per la vendita. E
il lavoro quella di lavoro salariato. Non siamo, contrariamente a quello che ci
dicono certi economisti, in una società “naturale” ma in una realtà
caratterizzata da specifici rapporti sociali e da interessi contrastanti. La
possibilità di ridurre l’orario di lavoro dipende dai rapporti di forza tra le
classi e in questo momento tali rapporti sono assai sfavorevoli ai lavoratori.
Non sorprende quindi che un governo “tecnico”, infarcito
della tecnica che piace tanto a lor signori, pur di appuntarsi nel petto
un’ennesima medaglia al valore militare nella guerra contro i lavoratori, abbia
arditamente travalicato i limiti posti dalla nostra carta costituzionale, la
quale sancisce che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione […] in ogni
caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e
dignitosa” (art. 36) e a “mezzi adeguati” alle sue “esigenze di vita in caso di
infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”
(art.38). Non sorprende neppure che i ministri del successivo governo, quello
attuale, e i giornali embedded si siano scagliati contro la pronuncia della
Corte Costituzionale, lamentando che essa non avrebbe tenuto di conto dei
vincoli di bilancio, come se questi debbano essere anteposti ai diritti dei
cittadini. Infine non sorprende che si cerchi di rimediare violando nuovamente
la pronuncia dell’Alta corte, dando una miseria di risarcimento perfino a
pensioni medio-basse, quando invece si potrebbero far tornare i conti colpendo
le grandi ricchezze, le speculazioni finanziarie, l’evasione fiscale e magari
tagliando la spesa per gli F35.
Ricordo che nella prima repubblica, per tirare avanti
nel corso di crisi di governo che non riuscivano a esprimere una maggioranza
politica, e si doveva temporeggiare con governi tecnici, si denominavano
talvolta tali esecutivi “governi d’affari”. Anche questo governo potrebbe
essere così qualificato, ma per una ragione alquanto diversa, visti gli affari
che assicura a piene mani al padrone del vapore.di Ascanio Bernardeschi
(riduzione e adattamento redazionale – per leggere l'articolo completo cliccare su www.puntorossoblog.com/nl-2015-06-10-pensioni)
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