venerdì 5 giugno 2015

RICOMINCIARE A CAMMINARE



"Ricominciare a camminare nelle strade del conflitto".

Era una settimana di ponte anche quella del 7 giugno 1970 , la prima elezione del consiglio regionale della Toscana. Solo per ricordare da dove partiamo: i toscani alle urne furono il 95,89 % degli aventi diritto al voto. Venti anni dopo, l’ultima senza elezione diretta del Presidente della giunta, la partecipazione dei toscani rimaneva altissima : 89,5% degli aventi diritto. In venti anni la disaffezione al voto aveva eroso “solo” il 6,3% degli aventi diritto. Provate ora a risvegliarvi al 31 maggio 2015 e scoprire che nella “civile” Toscana la partecipazione al voto è sprofondata al 48,7%. Peggio di così aveva fatto solo lo scorso anno l’Emilia Romagna con il record negativo di 37,70% dei partecipanti al voto. In tutto lo storico insediamento della sinistra la partecipazione frana e mai come nelle regioni un tempo rosse questa astensione è un urlo assordante. Cosa si è rotto? 
Sicuramente qualcosa di profondo che colpisce alle radici la credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Questa crescente disaffezione è cresciuta e non diminuita negli anni nonostante che ai cittadini fosse data la possibilità di eleggere direttamente il proprio presidente (analogo fenomeno sta avvenendo per i sindaci). Più si è personalizzata la politica e più questa ha comportato il distacco degli amministrati dalla stessa. Più si sono demoliti i partiti costituzionalmente intesi sostituendoli con evanescenti e provvisori comitati elettorali, più il divorzio dal voto ha cominciato a galoppare. Se è vero – almeno per me continua ad essere tale – che “la democrazia è partecipazione” come cantava Gaber, allora la qualità della nostra democrazia appare sempre più scolorita e priva di senso. Questa fuga dalla partecipazione è per caso al centro delle riforme istituzionali e delle preoccupazioni del dibattito politico nazionale? Tutt’altro. Anzi. Pervicacemente si propongono sistemi elettorali basati sul “sindaco d’Italia”, su premi di maggioranza capaci di stravolgere la rappresentanza , “perché – come ci ripetono ogni giorno Renzi e i suoi – la sera stessa dell’elezioni dobbiamo sapere chi ha vinto”. Ma vinto cosa?

Per gli analisti del Nazareno avrebbero vinto loro con un 5 a 2. In verità il solo ad averci “chiappato” sembra essere stato Crozza quando afferma che “l’elezioni sono finite 5 a 5”, con 5 italiani su dieci che si sono tenuti lontani dalle urne. Non scomodate il ponte o l’invecchiamento degli italiani. La frana è di dimensioni tali che non può essere negata con alibi di qualsiasi genere. Adesso cadrà il silenzio e la rimozione di questo tema dalla discussione politica. Tutto deve andare avanti come stabilito anche se tutto intorno frana. Da questa classe dirigente non ci si può attendere altro. Lo svuotamento delle assemblee elettive, la riduzione delle autonomie locali a gabellieri del governo centrale (e a sua volta a gabelliere per conto della Troika), l’incapacità delle istituzioni di dare una qualsiasi risposta al dramma occupazionale e alla demolizione dello stato sociale, dicono che questo Paese può implodere e lacerarsi. Non è in grado di uscire dalla crisi di sistema se non proponendo la guerra tra poveri e il governo autoritario della minoranza.

Ma cosa sta avvenendo negli orientamenti di quella metà di cittadini che ancora si ostina a votare? Il Partito della Nazione mostra tutti i suoi limiti egemonici perché non sfonda a destra e perde voti a sinistra (verso l’astensione). Il renzismo tende a polarizzare intorno o contro il premier le posizioni. Ce ne accorgeremo nei ballottaggi dei comuni che, indipendentemente dal competitor, rischia di registrare , con rarissime eccezioni, una vera e propria Waterloo per i candidati del Pd come già avvenuto in Trentino e in Alto Adige. Probabilmente questo indurrà Renzi a rivedere l’Italicum prepotentemente costruito a misura del Pd fuoriuscito vincente dall’elezioni europee grazie al combinato disposto del doping degli 80 euro e della iniziale luna di miele rappresentata dalla sua novità. Il gradimento del Presidente del Consiglio è scivolato in un solo anno dal 72% dei consensi al 33% e poco più. Non è escluso che le pressioni della Troika e di quella parte della borghesia autoritaria che fa capo a Marchionne impongano in tempi brevi il ritorno a grandi coalizioni (magari occulte tramite la trasmigrazione degli uomini di Verdini). Il patto del Nazareno è tutt’altro che sepolto e Renzi ha bisogno come il pane di staccare Berlusconi dalle posizioni antieuropee della Lega (che è il solo partito che guadagna voti) . Gli spazi di manovra nel palazzo si fanno infatti sempre più angusti. La crisi economica resta senza soluzione e il fiscal compact (con il suo corredo dell’obbligo del pareggio di bilancio), fino ad oggi allontanato, è pronto ad intervenire per spianare ogni residua ambizione di sovranità nazionale dell’Italia.

Il M5S ha contenuto le perdite su un terreno, quello delle regionali, non propriamente congeniale al suo elettorato. Rappresenta senz’altro una risorsa democratica ma appare, almeno allo stato delle cose, anch’esso incapace di un nuovo e più ampio sfondamento come invece avvenne nel 2013. Alla sinistra del PD siamo sotto ogni livello di adeguatezza. I rassemblamenti non funzionano più e i cartelli elettorali, ad una sinistra che vuole tornare ad essere decisiva nella società, non bastano più. Senza prestare il fianco ad un sentimento antipartito che appare ingeneroso in primo luogo rispetto al lavoro di migliaia di militanti, appare evidente che nessuno di essi è in grado d’inverare un processo aggregativo di tipo nuovo, in grado di insediarsi socialmente sui territori e nelle lotte. Più che seguire modelli esterni – un giorno Syriza, un altro Podemos- pur tenendo ben fermo il riferimento alla Sinistra Europea, servirebbe un modello italiano. Ripartendo dalla società e dalle lotte e dalle ormai diffuse esperienze locali aggregative. Senza più l’ossessione di partecipare comunque alle elezioni – in alcuni casi è meglio saltare un turno - ma riscoprendo le ragioni di una militanza e di una appartenenza collettiva. In tempi di apoteosi dell’individualismo capisco che è un terreno complicato da praticare. Ma non vedo scorciatoie o leader salvifici. Se vogliamo riportare la maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici alla partecipazione diretta, ad essere protagonisti del loro destino, non c’è altra possibilità che ricominciare a camminare nelle strade del conflitto. Intervento di Alfio Nicotra 

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