Legge di stabilità 2016: un inno al neoliberismo
Pubblicato il 30 nov 2015
di Roberta Fantozzi -
Continuano le operazioni di propaganda e manipolazione del governo sulla
Legge di Stabilità. Ma la Legge di stabilità per il 2016 è un inno al neoliberismo: prodiga
verso le imprese e i ceti abbienti, a cui destina una gran quantità di risorse
in tutti i modi possibili, mentre accelera la distruzione di ogni comparto e
funzione pubblica con l’eccezione della spesa militare, favorisce l’evasione
fiscale, e non dà che qualche mancia per la condizione di disagio sociale dei
più deboli.
La comunicazione pubblica del governo è tutta centrata alla descrizione di
una manovra che finalmente dà e non toglie. Una manovra espansiva con cui si
cerca di accreditare anche l’immagine di un premier che mette in discussione le
politiche europee.
Non è così. Come viene riaffermato in ogni documento, il governo si muove
“nel pieno rispetto delle regole di bilancio adottate dall’Unione Europea”. Nessuna
vertenza viene aperta per modificare il quadro delle politiche di austerità, i
vincoli su deficit e debito del Fiscal Compact.
Il governo sfrutta invece, concentrandoli nel 2016, i margini di manovra
concessi dalla cosiddetta “austerità flessibile”, cioè dalla possibilità di
spostare nel tempo il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla UE. Deve
essere evidenziato come la flessibilizzazione dell’austerità, cioè delle
politiche restrittive sia vincolata ad un di più di neoliberismo, perché
ad essa si può accedere solo nella misura in cui si fanno le cosiddette
“riforme strutturali”. E’ in nome del Jobs Act, della controriforma
costituzionale, del taglio della Pubblica Amministrazione e delle
privatizzazioni, in sostanza, che la legge di stabilità del 2016 beneficia
della “flessibiità” che consente di disinnescare per il 2016 la clausola di
salvaguardia. Le clausole di salvaguardia restano per il 2017 e 2018
rispettivamente per 15,1 e 19,6 miliardi di euro, con l’aumento dell’Iva che
viene soltanto posticipato, così come è soltanto posticipato, dal 2017 al 2018,
il raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale.
Nel frattempo le risorse liberate per il 2016 finiscono in larga parte nel
taglio rilevantissimo di tasse sulle imprese come nell’eliminazione delle Tasi,
e per citare le Corte dei Conti, dato “il carattere temporaneo di alcune
coperture e il permanere di clausole di salvaguardia rinviate al futuro”,
questo comporterà per il “loro riassorbimento nel 2017 e nel 2018… l’
individuazione di consistenti tagli di bilancio o aumenti di entrate”.
Il governo in sostanza sfrutta la flessibilità nel 2016 approvando
provvedimenti che hanno effetti permanenti ma con coperture temporanee,
preparando in tal modo tagli supplementari, già chiarissimamente indirizzati
nell’ulteriore attacco a tutto ciò che è servizio o patrimonio pubblico.
La manovra non è comunque tecnicamente una manovra espansiva. L’indebitamento netto passa dal
2,6% del 2015 al 2,4% del 2016 (“clausola migranti” compresa), cioè diminuisce.
Il saldo primario passa dall’1,7 del 2015 al 2% del 2016, con la previsione di
crescere costantemente per arrivare al 4,3% nel 2019 cioè con la previsione
di reperire risorse per ulteriori quaranta miliardi attraverso tagli o aumenti
di entrate ed arrivare ad un avanzo di 80 miliardi. Un obiettivo folle e
insostenibile, che dovrebbe coesistere con una crescita dell’1,6% del Pil nel
2017 -18 e dell’1,3% nel 2019!
La crescita del Pil, determinata da diverse variabili esterne (come la
svalutazione dell’euro sul dollaro a seguito del quantitative easing e la
diminuzione strutturale del prezzo del petrolio) viene come sempre sovrastimata
per far quadrare i conti. Nè il governo tiene alcun conto della consapevolezza
crescente, nel dibattito sulle politiche economiche, per cui tagli delle tasse
hanno effetti espansivi inferiori agli effetti depressivi del taglio della
spesa pubblica.
Dal punto di vista politico è invece evidente come concentrare la
“flessibilità” nel 2016 assolva per Renzi ad una funzione di primaria
importanza: rafforzarsi nel passaggio delle elezioni amministrative di
primavera, assai rilevanti per numero di elettori e realtà interessate,
rimontando la crisi di consensi degli ultimi passaggi elettorali.
2. I SOLDI CI SONO: PER LE IMPRESE, I CETI ABBIENTI, LE SPESE MILITARI.
IRES, decontribuzione, super-ammortamento…
Vale 2,6 miliardi per il 2016 e 4 miliardi a regime nel 2017 il taglio
dell’IRES, cioè della tassa sui profitti. La sua applicazione nel 2016 è
subordinata all’approvazione in sede europea della cosiddetta “clausola
migranti”, quella per cui in nome dei costi dell’accoglienza per “l’emergenza
migranti” si tagliano per l’appunto le tasse all’imprese! Ma nel 2017 il taglio
dell’Ires ci sarà comunque e le risorse saranno reperite “da tagli alla parte
corrente delle spese della Pubblica Amministrazione”, come recita la relazione
tecnica.
580 milioni sono destinati al superammortamento al 140% per gli
investimenti attuati entro il 2016, che diventano 1 miliardo negli anni dal 2017
al 2021.
831 milioni sono destinati alla reiterazione, ridotta al 40%, degli sgravi
contributivi per le assunzioni o le trasformazioni di contratti preesistenti
nel “contratto a tutele crescenti”, che diventano 2,1 miliardi per il 2017.
Solo per queste misure si va dai 4 miliardi aggiuntivi nel 2016 agli oltre
7 miliardi nel 2017. Ma accanto alle voci principali ci sono una miriade di altri micro
provvedimenti che o stanziano direttamente risorse per le imprese o come nel
caso della detassazione dei premi di produttività (quasi 600 milioni a regime)
e del sostegno al cosiddetto welfare aziendale, mirano tanto a promuovere la sostituzione
della contrattazione collettiva nazionale con quella aziendale e territoriale,
quanto all’aziendalizzazione delle prestazioni sociali mentre si smantella
il welfare pubblico e universalistico.
Si deve inoltre avere presente che la scorsa legge di stabilità
(come anche le leggi di stabilità dei governi Letta e Monti) aveva già
significativamente ridotto il prelievo fiscale sulle imprese con i 5 miliardi
di riduzione dell’IRAP per il 2015 (4,3 a regime dal 2016) ed ulteriori
4 miliardi nel triennio 2015-2017attraverso una serie di provvedimenti minori.
Mentre per la decontribuzione decisa sempre dalla scorsa legge di
stabilità, estrapolando dai dati forniti dalla relazione tecnica, le risorse
pubbliche utilizzate ammontano a 2,5 miliardi per il 2015 e 6,3 miliardi per il
2016 (4,6 se si considerano le stime su quanto dovrebbe rientrare per le tasse
sulla nuova occupazione che tuttavia valgono solo per l’occupazione aggiuntiva)
. Risorse molto ingenti che sono servite e serviranno per promuovere il
contratto “a tutele crescenti”, cioè nella maggior parte dei casi per
finanziare la trasformazione di vecchi contratti a termine, in nuovi contratti
a termine, dato che il Jobs Act ha sancito la possibilità di licenziare
arbitrariamente sempre e comunque.
Dunque sono tanti i soldi per le imprese, dati “a pioggia” cioè senza
finalizzazione alcuna: dagli oltre 8 miliardi (tra Irap, decontribuzione e
altre misure) del 2015, ai circa 15 miliardi per il 2016, complessivi degli
interventi della legge di stabilità dello scorso anno e di quella attuale.
E’ invece totalmente assente qualsiasi strategia di politica industriale, e
si prevede addirittura una contrazione degli investimenti pubblici. Questo a
fronte di una riduzione complessiva degli investimenti nel periodo 2008-2014
del 30%.
Dal punto di vista dell’occupazione, va sottolineato, come le continue dichiarazioni del governo, sugli effetti
benefici delle proprie politiche nella creazione di lavoro, vadano
demistificate per quella che sono: un’operazione di propaganda.
L’Italia vede una crescita dell’occupazione inferiore rispetto al resto
d’Europa. Con le risorse ingentissime mobilitate con la legge di stabilità 2015 nel
mentre che si faceva tabula rasa dei diritti per in neo assunti, l’occupazione
aggiuntiva “permanente” a settembre 2015 rispetto a settembre 2014 è di sole
113.000 unità, mentre sono 192.000 gli occupati complessivi in più (dati
Istat): davvero poca cosa considerando l’esplosione di forme iper-precarizzanti
come i voucher.
Restano oltre i 3 milioni i disoccupati ufficiali, mentre sono il doppio
quelli effettivi, considerando cioè coloro che non ricercano attivamente lavoro
perché scoraggiati, ma che sarebbero disponibili a lavorare se un lavoro ci
fosse. Il governo peraltro non ritiene un problema che nei propri stessi
documenti il tasso di disoccupazione sia anche nel 2019 sopra il 10% con la
disoccupazione giovanile intorno al 40%.
TASI-IMU
Accanto a questi provvedimenti l’altro piatto forte come è noto è
l’eliminazione della TASI-IMU per l’abitazione principale (3,7 miliardi). 530
milioni sono destinati alla riduzione dell’IMU sugli “imbullonati”, 405 milioni
per l’IMU agricola.
L’eliminazione generalizzata dell’imposta sull’abitazione principale, va
a vantaggio dei più ricchi con 1,4 miliardi regalati a chi possiede abitazioni
di pregio maggior, che pur essendo solo il 10% del totale concorrevano per il
37%al gettito complessivo. Questi proprietari godranno di uno sgravio in
proporzione maggiore di chi ha una casa più modesta, mentre persino chi ha
ville e castelli (su cui alla fine la Tasi resta perché il governo ha fatto
retromarcia per puri motivi di immagine), in virtù della diminuzione
dell’aliquota massima godrà di uno sconto medio di 1.000 euro.
Il taglio indiscriminato della Tasi mette inoltre i Comuni nella
condizione di dipendere dai finanziamenti centrali, e non è davvero
esercizio di fantasia prevedere che quelle risorse saranno oggetto di
contrattazioni continue e di ulteriori riduzione.
LE SPESE MILITARI
I soldi ci sono anche per le spese militari. Nonostante la risoluzione
approvata dal Parlamento nel settembre 2014 che poneva l’obiettivo di dimezzare
lo stanziamento per gli F35, la legge di stabilità conferma i 13 miliardi
per il programma pluriennale di acquisto dei 90 cacciabombardierida attacco in
grado di trasportare ordigni nucleari. Sono incrementati i fondi Mise per
Fremm, Vbm, Eurofighter. Non viene mantenuto l’impegno ad aumentare le risorse
per il servizio civile.
I tagli che investono pesantemente ogni funzione pubblica, lasciano indenne
il comparto militare.
3. I SOLDI NON CI SONO: COME TAGLIARE TUTTO CIÒ CHE È PUBBLICO
A fronte delle cospicue risorse destinate a imprese e ricchi, spesa
militare, stanno nuovi pesantissimi tagli a tutto ciò che è funzione pubblica:
dalla sanità, alle regioni, a ministeri e società pubbliche, al pubblico
impiego, che vede una mancia scandalosa invece del rinnovo del contratto, e un
nuovo blocco del turn over. Complessivamente le “minori spese” ammontano a 8,4
miliardi nel 2016, 8,6 miliardi nel 2017 e 10,6 nel 2018. E’ evidente la
volontà di distruggere la funzione pubblica ed insieme i diritti sociali.
I tagli alla sanità.
Il finanziamento per il Servizio Sanitario Nazionale viene rideterminato in
111 miliardi, ivi compresi gli 800 milioni finalizzati all’aggiornamento dei
LEA (Livelli essenziali di assistenza).
Il Patto per la salute siglato da governo e regioni poco più di un anno fa
(luglio 2014) prevedeva in 115,4 miliardi il finanziamento per il 2016. Il
decreto legge 78/2015 aveva già ridotto il finanziamento di 2,352 miliardi
portandolo a 113,097. Ora la riduzione ulteriore è di 2,097 miliardi. In sostanza
in poco più di un anno i finanziamenti previsti a luglio 2014 sono stati
tagliati di 6,7 miliardi. In questo modo la spesa pubblica per la sanità si
collocherà al 6,6% del Pil, cioè ad uno dei livelli più bassi in
assoluto in Europa.
Va ricordato che, anche prima degli ultimi tagli, quando la spesa pubblica
per la sanità era al 7% del Pil, questo livello era inferiore di 1,7 punti di
Pil e di 632 euro in termini di spesa pro-capite (1793 euro contro 2425)
rispetto alla media dell’Unione Europea a 15. Dopo di noi ci sono solo Spagna,
Grecia e Portogalllo (Rapporto sullo Stato Sociale 2015).
Gli ulteriori tagli alla sanità, in un paese in cui, come conferma l’ultimo
rapporto del Censis, in quasi la metà dei nuclei familiari, almeno una persona
in un anno ha dovuto fare a meno di una prestazione medica per
l’insostenibilità delle liste d’attesa o/e per l’onerosità dei ticket, rende
evidente la volontà di distruggere la sanità pubblica ed universalistica e di
spingere progressivamente verso modelli assicurativi. Una regressione sociale
gravissima ed inaccettabile.
I tagli a regioni, ministeri, società pubbliche.
Il quadro diventa più grave se ai tagli al finanziamento del servizio
sanitario nazionale si sommano quelli alle regioni, che hanno nella sanità, la
voce di intervento e di spesa di gran lunga prevalente.
La Legge di stabilità prevede tagli alle regioni per 3,98 miliardi di
euro nel 2017, 5,48 miliardi nel 2018 e 2019. Non sono compresi in questi tagli
gli effetti del blocco del turn-over di cui si dirà più avanti, mentre è
compresa la riduzione di spesa derivante dalla centralizzazione dell’acquisto
di beni e servizi che pesa tuttavia per soli 480 milioni . Come sottolineato in
sede di audizione parlamentare della presidenza delle regioni, tuttavia, il quadro
diventa drammatico se alle misure previste dalla attuale Legge di Stabilità, si
sommano le misure derivanti dalle passate finanziarie e da diversi tagli di
settore. In questo modo “nel 2016 l’insieme dei tagli che cadono sul
sistema Regioni, ordinarie e straordinarie, derivanti da tutte le leggi di
stabilità del passato e anche da leggi di settore, ammontano a circa 9 miliardi
e mezzo, se si esclude il pareggio di bilancio di quest’anno, e che arrivano a
più di 11 se si include il miliardo e 850 milioni di risparmio del sistema
Regione che viene trattenuto come copertura a livello dello Stato… La
situazione sul pluriennale è poi particolarmente preoccupante con altri cinque
miliardi nel 2017 e sette nel 2018. Ormai i margini di manovra delle Regioni si
vanno esaurendo”.
E’ evidente che sulla sanità e sui trasporti pubblici in particolare, ma
più complessivamente sul sistema regionale siamo ad una destrutturazione
complessiva di diritti e possibilità di intervento.
Anche i tagli a ministeri e società pubbliche, sono pesanti. Ammontano a 3,1
miliardi nel 2016, 2,4 nel 2017, 1,7 nel 2018, di cui per il 2016 1,6
miliardi di riduzione delle spese in conto capitale, cioè degli
investimenti. Anche in questo caso al netto della riduzione di spesa derivante
dalla centralizzazione degli acquisti di beni e servizi, che vale circa 160
milioni l’anno, e dei “risparmi” derivanti dal blocco del turn-over.
Proseguono dunque massicciamente i tagli, la riduzione del perimetro e la
destrutturazione complessiva della funzione pubblica. A tutto questo va
aggiunto da un lato quanto previsto nelle stessa legge di stabilità per il
pubblico impiego, con il blocco del turn-over e della contrattazione,
dall’altro il programma di privatizzazioni programmate dal DEF con introiti
previsti per lo 0,41 % del Pil nel 2015, lo 0,5 nel 2016 e 2017 e 0,3 nel 2018,
pari complessivamente a quasi 30 miliardi.
Il nuovo blocco del turn-over e della contrattazione nel pubblico impiego.
Sotto il titolo di involontario (o volontario?) scherno “esigenze
indifferibili”, la Legge di Stabilità si occupa del contratto delle lavoratrici
e dei lavoratori pubblici. Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale,
per il “rinnovo” del contratto vengono stanziati 219 milioni di euro per 1,3
milioni di lavoratori contrattualizzati a livello centrale (circa 12 euro
mensili lorde di incremento), 81 milioni di euro per i 500.000 lavoratori del
comparto sicurezza, mentre per altri 1,2 milioni di lavoratori le risorse per
il “rinnovo” contrattuale sono in carico alle singole amministrazioni!
Questo dopo 6 anni di blocco della contrattazione!
Le risorse stanziate sono poco più della metà di quanto destinato alla
riduzione dell’IMU sugli imbullonati, meno di un dodicesimo di quanto varrà a
regime la nuova riduzione delle tasse sulle imprese… e si potrebbe continuare.
Ma c’è di più: a fronte di pochissime e settoriali assunzioni è previsto un
nuovo blocco del turn-over. Per le amministrazioni dello Stato, le
agenzie, gli enti di ricerca, le regioni e gli enti locali, le assunzioni a
tempo indeterminato possono avvenire solo entro la misura del 25% del budget
derivante dalle cessazioni di personale con la medesima qualifica avvenute
nell’anno precedente. La norma è sospesa per regioni ed enti locali per 2017 e
2018 per riassorbire il personale delle province, ma la nuova stretta è
pesantissima.
I “risparmi” complessivi previsti per il blocco del turn over, vanno dai 44
milioni del 2016 a quasi 1 miliardo (919 milioni) nel 2019, 3 volte quanto
stanziato per il “rinnovo” del contratto.
Come sottolinea il dossier del servizio studi del Senato “andrebbero
richieste adeguate rassicurazioni in merito alla effettiva e piena
sostenibilità dell’irrigidimento del blocco parziale del turn over, dal momento
che negli anni più recenti le amministrazioni hanno subito già un blocco
drastico dei reclutamenti che potrebbe averle già messe nella condizione di non
poter assicurare i livelli minimi di servizio.” Va ricordato anche che dal 1
gennaio 2017 non sono più attivabili contratti di collaborazione e che nel 2018
scadranno i circa 80.000 contatti a tempo determinato di durata ultratriennale.
Va ricordato più in generale come il numero di dipendenti pubblici ogni 100
abitanti in Italia nel 2010, prima dei tagli e del blocco del turn-over degli
ultimi anni, fosse abbondantemente sotto la Francia e l’Inghilterra (5,9 contro
8,5 della Francia e 9,2 del Regno Unito – dati della Ragioneria Generale dello
Stato). La vulgata di un settore pubblico ipertrofico nel nostro paese è
totalmente falsa. Accanto a perduranti elementi di inefficacia che certo non si
affrontano con nuovi tagli, in generale siamo alla messa in discussione
della capacità di erogare i minimi servizi essenziali.
4. QUALCHE MANCIA PER GLI ESODATI, LE POVERTÀ, LA CONDIZIONE DI DISAGIO
SOCIALE.
Se per quel che riguardava imprese e ricchi, gli interventi sono in termini
di miliardi sonanti, per esodati, povertà, disagio sociale, le risorse sono
pochissime, centellinate solo per le emergenze, e spesso coperte da tagli
all’interno dello stesso comparto.
Le pensioni
La legge di stabilità non contiene nessuna misura di flessibilizzazione
della controriforma Fornero. I provvedimenti previsti riguardano il varo della
settima salvaguardia per gli esodati, la cosiddetta “opzione donna” e il
modestissimo aumento della no-tax area, le cui coperture sono interne al
comparto, in particolare attraverso un nuovo intervento sulle rivalutazioni
delle pensioni medie rispetto al costo della vita o attraverso l’accesso a
fondi come quello per i lavori usuranti.
La settima salvaguardia per gli esodati copre 26.300 lavoratori, mentre
secondo i dati Inps le lavoratrici e i lavoratori da garantire sono 49.500. Ne
restano scoperti oltre 23.000. Restano esclusi tanto i cosiddetti quota 96
della scuola, quanto i macchinisti.
Per quel che riguarda “opzione donna” si prevede, a chiusura della
sperimentazione, che l’opzione (cioè la possibilità di andare in pensione con
57 anni e 3 mesi, se lavoratrici dipendenti, e 58 anni e 3 mesi, se lavoratrici
autonome, con 35 anni di contributi versati ed accettando il ricalcolo della
pensione con il solo metodo contributivo) sia estesa alle donne che maturano i
requisiti entro il 31 dicembre 2015 anche se la decorrenza del trattamento
pensionistico è successivo a quella data.
Per quel che riguarda l’estensione della no-tax area, da 7500 a 7750 euro
per i pensionati sotto i 75 anni e da 7750 a 8000 per i pensionati sopra i 75
anni, questa scatta soltanto dal 2017 ed è di portata assai modesta (intorno ai
5 euro mensili).
Come è modestissima la sperimentazione del part-time in uscita per i
lavoratori che maturano entro il 2018 i requisiti per la pensione di vecchiaia
con risorse previste per 60 milioni nel 2016.
La copertura di queste misure è comunque tutta interna al comparto
pensionistico. Proviene dalla riduzione delle rivalutazione delle pensioni superiori a 4
volte il minimo, dalle somme non spese del Fondo Esodati, dall’indecente
saccheggio del Fondo per i lavori usuranti. Come afferma la relazione tecnica
si tratta di un fondo sottoutilizzato. Il che è certamente vero dopo che la
controriforma Fornero ha peggiorato in modo gravissimo la condizione di questi
lavoratori!
Va ricordato anche in questo caso il dato di fondo. I contributi
pensionistici vengono usati da anni in Italia per finanziare il bilancio dello
stato e non viceversa. Dal 1996 ad oggi il saldo tra contributi versati e
pensioni erogate al netto delle ritenute fiscali (che rientrano nelle casse
dello stato ) è sempre stato in attivo. Nell’ultimo anno l’attivo è stato di
21 miliardi di euro.
Qualche mancia per le povertà
Gli interventi per il contrasto alle povertà sono totalmente inadeguati rispetto
alla situazione di sofferenza sociale cresciuta esponenzialmente in questi
anni.
Secondo i dati Istat relativi al 2014, infatti, sono 1 milione e 470 mila
le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102
mila persone, 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone sono
invece in condizione di povertà relativa. I dati sono stabili rispetto all’anno
precedente e concentrati geograficamente: la povertà assoluta si attesta al
4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.
A fronte di questa situazione il governo stanzia 600 milioni aggiuntivi per
il 2016 portando le risorse complessive a 1,6 miliardi e 1 miliardo per il 2017
portando le risorse complessive per quell’anno a 1,5 miliardi. Dei 600 milioni
aggiuntivi 220 sono destinati a finanziare l’Asdi, l’assegno di disoccupazione,
e 380 il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva, misura attivata dal governo
Letta e rivolta esclusivamente ai nuclei familiari con un minore). Il
finanziamento complessivo per il Sia raggiunge complessivamente la cifra di 750
milioni per il 2016 (tra quanto era stato già stanziato e le nuove risorse) e
di 1 miliardo per il 2017.
Se fossero distribuiti sulla sola platea dei poveri assoluti, non dando
nessuna risposta alla condizione di povertà relativa, le risorse stanziate dal
governo comporterebbero 15 euro lorde mensili, conteggiando invece la sola
platea dei nuclei familiari in povertà con un minore che sono circa 600.000,
questo significa 104 euro mensili lorde per nucleo familiare.
Va ricordato che la proposta di reddito di inclusione sociale avanzata
dall’Alleanza contro la Povertà (Acli e Caritas) prevede risorse per 7
miliardi, mentre il reddito di dignità sostenuto da Libera per quanto non
quantificato precisamente, nel prendere a riferimento le proposte esistenti in
Parlamento (quella del Movimento 5 Stelle e quella di iniziativa popolare
proposta da Bin, Sel, Prc ed altri, quantificate dall’Istat rispettivamente in
14,9 e 23,5 miliardi) si situa approssimativamente sulla cifra di 20 miliardi.
La miseria delle risorse stanziate per il contrasto alla povertà è ancora
più grave considerati i tagli complessivi a cui è sottoposto il sistema di
welfare, l’assenza di un piano per il lavoro, l’assenza di un piano per il Sud.
5. L’EVASIONE ED ELUSIONE FISCALE
La legge di stabilità 2016 prevede una serie di misure che favoriscono
l’evasione fiscale. Con la scusa di sostenere i consumi, il governo ha
innalzato l’uso del contante da 1000 a 3000 euro, invece di agire per rendere
più semplice e meno costoso l’uso di carte e bancomat.
Una scusa evidentemente giacchè nessuno va in giro con 3000 euro in
contanti per poter meglio acquistare un televisore o una lavatrice. La volontà
di favorire l’evasione è resa evidente dal fatto di aver innalzato l’uso del
contante anche per il pagamento dei canoni di locazione e nella filiera dei
trasporti, dove la tracciabilità è un elemento decisivo per prevenire e
reprimere attività legate a traffici illegali: dal caporalato al riciclaggio.
Il governo con i decreti di settembre scorso in attuazione della cosiddetta
delega fiscale ha peraltro depenalizzato l’elusione fiscale praticata
soprattutto dalle grandi imprese.
Ricordiamo che l’Italia con un’evasione fiscale pari a circa 130 miliardi
l’anno è il paese con la più alta evasione in Europa: il recupero soprattutto
della grande evasione ed elusione dovrebbe essere un obiettivo prioritario.
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