Austerità ad ogni costo: l’Italia trasformata in Paese del Terzo MondoI dati resi noti stamani dall’Istat ci segnalano come le politiche di austerità praticate da Berlusconi, Monti e Letta stiano trasformando l’Italia in un paese del Terzo mondo.
Da un lato i consumi delle famiglie sono in
costante calo (- 0,2% nel 2011, – 2,4% nel 2012, -1,6% nel 2013) e la
situazione è oramai drammatica, con la povertà che dilaga e milioni di persone
che non arrivano a fine mese. Occorre notare come oramai i consumi interni, se
calcolati a prezzi costanti, sono inferiori a quelli del 2000. Ma questo dato
non dice tutto perché dal 2000 ad oggi la popolazione italiana è cresciuta di
due milioni e mezzo di persone. Il crollo dei consumi è quindi ben maggiore di
quello che può apparire a prima vista guardando i dati dell’Istat: ci troviamo
di fronte ad un impoverimento di massa che non ha precedenti dopo la Seconda
Guerra Mondiale. Come se non bastasse, per una quota significativa di famiglie,
l’unica fonte di reddito certa è data dalle pensioni degli anziani che
non vivono in eterno.
La situazione è quindi destinata a peggiorare
pesantemente.
Dall’altra la domanda esterna netta continua a crescere
(+ 1,4% nel 2011, + 2,7% nel 2012, + 0,8% nel 2013) segnalando come il sistema
produttivo italiano non solo sia competitivo sul mercato mondiale, ma come
le esportazioni crescano nel tempo. Occorre sottolineare come l’Italia, al di
là di tutta la retorica rigorista che descrive il nostro paese come una specie
di malato terminale, è la quinta potenza economica mondiale per quanto riguarda
le esportazioni e che negli ultimi anni la nostra posizione è migliorata in
rapporto agli altri paesi occidentali, Germania inclusa. Dal 1995 ad oggi,
infatti, mentre a livello mondiale abbiamo avuto l’enorme crescita della Cina –
che è passata dal 3,2% al 12,3% del totale delle esportazioni mondiali –
l’Italia, oltre ad aver sorpassato la Francia per esportazioni, è il paese di
testa che ha perso di meno sia in termini percentuali che assoluti. Gli Usa
hanno perso il 2,6%, la Germania ha perso l’1,7%, il Giappone ha perso il 4,7%
e noi solo lo 0,9%. L’Italia – al di là delle bugie interessate raccontate da
governo e Confindustria – è quindi una grande potenza industriale e
precisamente la quinta potenza mondiale per esportazioni del settore
manifatturiero. L’Italia è un grande e potente paese industriale che
sfrutta i propri lavoratori in forme vergognose.
La particolarità dell’Italia è proprio la compresenza
di bassi salari e alte esportazioni, situazione tipica da paese del
terzo mondo, dove il regime di sfruttamento dei lavoratori fa crollare il
mercato interno nonostante la forza dell’industria.
Da questi dati emerge con chiarezza che la crisi
italiana non è dovuta ad una presunta crisi mondiale o alla difficoltà per le
aziende italiane a stare sul mercato perché penalizzate da una marea di tasse
ma dipende chiaramente dalla cattiva distribuzione del reddito. In un Paese
in cui i profitti e le rendite sono troppo alte e i redditi da lavoro sono
troppo bassi, la crisi deriva dal crollo dei consumi interni.
Evidentemente per far fronte a questa situazione
sarebbe necessario ridistribuire reddito, tosare le grandi ricchezze in modo
molto pesante, spostando il denaro nelle tasche dei disoccupati, dei lavoratori
e dei pensionati. Cioè per far ripartire l’economia servirebbe un’azione di
giustizia sociale.
Tutto il contrario è stato fatto dagli ultimi governi
e Renzi imperterrito, nella più piena continuità, esclude la
patrimoniale, esclude la redistribuzione del reddito dai ricchi verso i poveri
e punta a ridurre il costo del lavoro. Nella situazione sopra descritta,
di crollo del mercato interno, il taglio del costo del lavoro si tradurrà solo
in un aumento dei profitti senza nessun aumento di posti di lavoro: Renzi punta
cioè sulla stessa ricetta praticata da trent’anni a questa parte e che ci ha
portato esattamente in questa situazione.
Berlusconi, Monti, Letta e adesso Renzi ci hanno detto
e ci dicono di voler curare l’ammalato. In realtà stanno consapevolmente
riducendo sul lastrico milioni di famiglie e distruggendo posti di lavoro, con
un unico obiettivo: utilizzare il ricatto della povertà e della mancanza
di lavoro per distruggere tutte le conquiste che il movimento operaio ha
fatto negli ultimi cinquant’anni. Questa è l’unica logica delle politiche
economiche di questi signori, politiche che devono essere rovesciate come un
guanto: per uscire dalla crisi occorre ridistribuire il reddito e il lavoro,
cioè bisogna aumentare i salari e ridurre l’orario di lavoro.
Paolo Ferrero
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