Stando alle loro ultime note ufficiali, tra le due segreterie Cgil e FIOM, non ci dovrebbero essere disaccordi di fondo.
Entrambe sostengono la linea uscita dall’ultimo direttivo nazionale della confederazione, la ricerca dell’unità con Cisl e Uil e una politica di alleanze sociali e politiche per contrastare il Jobact.
La segreteria della FIOM
rivendica con toni persino polemici il suo accordo con tutte le scelte della
confederazione. E in effetti dalla conclusione del congresso nazionale del
maggio scorso non c’è un solo atto importante della Cgil che non sia stato
votato assieme da Camusso e Landini.
Che per altro avevano iniziato il congresso con un documento
comune pomposamente dichiarato come unitario, in quanto la nostra piccola
opposizione non veniva neppure presa in considerazione. Poi con l’accordo del
10 gennaio 2014 tra Cgil Cisl Uil e Confindustria si determinava un’aspra
rottura. Il segretario della Fiom accusava, a ragione, la Cgil di aver
sottoscritto il sistema di relazioni sindacali voluto da Marchionne. Un sistema
di diritti e rappresentanza concesso solo ai firmatari dell’accordo, dunque in
pieno contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale che aveva riammesso
la FIOM in Fiat nonostante non fosse firmataria degli ultimi accordi.
Un sistema fondato sul principio della cosiddetta
esigibilità, cioè sul vincolo per i sindacati firmatari e per i loro
delegati, di non organizzare contrasto di alcun tipo verso gli accordi
non condivisi, pena sanzioni. Landini contestò duramente quell’intesa e ruppe
l’unità congressuale con Camusso. Che a sua volta accusò il segretario della
FIOM di incoerenza per aver condiviso gran parte del percorso che aveva portato
all’accordo. Dopo il congresso però i due si riappacificarono e condussero
assieme la campagna contro il Jobs act di Renzi. Ora il nuovo contrasto, ma su
cosa?
La coalizione sociale è una nuova formazione politica? Landini smentisce risentito, anzi scrive addirittura che essa non è contro nessun partito politico. Al sindacato serve una coalizione sociale? Camusso dice sì, ma poi nega che sia quella proposta da Landini, che viene accusato di ambiguità sulla politica. Onestamente non si capisce molto e se non ci fosse una colossale sovraesposizione mediatica di tutta questa vicenda, la sole cose evidenti sarebbero la crisi e la confusione del gruppo dirigente del maggiore sindacato italiano.
La coalizione sociale è una nuova formazione politica? Landini smentisce risentito, anzi scrive addirittura che essa non è contro nessun partito politico. Al sindacato serve una coalizione sociale? Camusso dice sì, ma poi nega che sia quella proposta da Landini, che viene accusato di ambiguità sulla politica. Onestamente non si capisce molto e se non ci fosse una colossale sovraesposizione mediatica di tutta questa vicenda, la sole cose evidenti sarebbero la crisi e la confusione del gruppo dirigente del maggiore sindacato italiano.
È la terza volta negli ultimi venti anni che la FIOM tenta
una coalizione sociale. La prima fu con i movimenti no global all’epoca del G8
di Genova. Il segretario della Fiom Claudio Sabattini, con il gruppo dirigente
di allora, decise di rompere con Fim e Uilm sul contratto nazionale e di
partecipare alle manifestazioni nel capoluogo ligure nonostante che il
segretario della Cgil Sergio Cofferati avesse pubblicamente chiesto di non
farlo. Nel 2006 la Fiom guidata da Rinaldini manifestò contro il governo Prodi
assieme a sindacati di base e centri sociali, anche allora nonostante il
pubblico veto della Cgil. Ma quel percorso si esaurì proprio sul nodo e sui
vincoli dei rapporti tra FIOM e Cgil. Quel nodo si ripropose nel 2010, quando
l’appena eletto Landini disse di no su Pomigliano a Marchionne, a Cisl Uil, al
PD e anche alla Cgil. Per alcuni mesi attorno a quel no si costruì un
vasta mobilitazione sociale, ché sfociò nella manifestazione del 16 ottobre
2010 a Roma e ancor di più nello sciopero generale dei metalmeccanici del
gennaio 2011, che per la prima volta vide accanto alla FIOM le sigle dei
principali sindacati di base e gran parte dei movimenti sociali più radicali.
Fatto senza precedenti per un segretario della Cgil in quella città, nella
piazza Maggiore di Bologna Susanna Camusso fu pesantemente contestata da gran
parte dei manifestanti che chiedevano lo sciopero generale.
In una riunione in quei giorni sostenni che se la FIOM avesse
davvero voluto consolidare il movimento e la coalizione sociale che si era
costruita con gli operai della Fiat, avrebbe dovuto mettere in conto la rottura
con la Cgil. Ma il segretario della FIOM respinse nettamente questa mia
proposta. Si tentò allora di costruire un sostituto di un progetto più
radicale, con la coalizione “Uniti Contro la Crisi”, che alla FIOM univa una
parte dei centri sociali e organizzazioni giovanili e studentesche, riconducibili
all’area politica di Sel. Quel tentativo fu travolto dagli scontri della
manifestazione del 15 ottobre 2011.
Ora il gruppo dirigente della FIOM ripropone ancora la
formula della coalizione sociale. Ma gli interlocutori attuali non sono gli
stessi delle passate esperienze. Mancano totalmente il sindacalismo di base e
il dissenso Cgil, anche perché la FIOM ha deciso una svolta rispetto
alle sue pratiche degli ultimi 20 anni, affidandosi all’accordo con
Fim e Uilm per il rinnovo del contratto nazionale. Mancano l’arcipelago dei
centri sociali e i movimenti radicali come i Notav e i Noexpo. Mancano molte
forze con cui la FIOM ha dialogato e manifestato assieme nel passato, mentre
gli inviti selezionati sono stati inviati ad associazioni che, pur di grande
prestigio, non siano in totale rottura con il PD ed il suo sistema di alleanze
e potere. E infatti Libera ed ARCI hanno subìto tenuto a precisare che possono
sostenere singole campagne, ma non potranno mai far parte di una coalizione
formalmente organizzata.
La nuova coalizione lanciata dalla Fiom parte dunque su basi
più incerte e sicuramente meno radicate che nel passato, eppure rispetto ad
altre iniziative dell’organizzazione ha avuto una risonanza assai maggiore,
perché?
La prima ragione sta nella portata stessa della sconfitta
della Fiom, della Cgil, della sinistra e del mondo del lavoro di fronte alle
politiche liberiste e di austerità. La distruzione dell’articolo 18, che nel
passato la Cgil riuscì ad impedire, è lo sfondamento formale e simbolico del
fronte del lavoro dopo trenta anni di ritirata più o meno organizzata e
contrattata. Il lavoro è sottoposto al massacro sociale ed il sindacato ex più
forte d’Europa mostra tutta la sua mastodontica fragilità. Il fatto che questa
resa dei conti finali col lavoro sia guidata dal leader del partito democratico
ribalta poi tutti i punti cardinali del tradizionale modo d’agire della Cgil. Che
reagisce a questo disastro oscillando tra l’identificazione con il dissenso
politico verso Renzi e la ricerca dell’autonomia corporativa con Cisl Uil e
Confindustria, di cui l’accordo del 10 gennaio è la formalizzazione.
Nella linea e nei comportamenti concreti della Cgil non c’è
alcun progetto di riconquista, ma una sorta di gestione della sconfitta che non
può che provocare altre cadute. Su questa debolezza prende vigore
il ruolo di Landini, che in concreto non propone nulla di diverso dalla CGIL,
come egli stesso puntualmente precisa, ma che raccoglie invece le speranze di
chi, critico verso Cgil e PD, si augura che le cose cambino.
Landini incrocia le
speranze di cambiamento giusto che periodicamente si manifestano e per questo
la domanda nei suoi confronti è prima di tutto politica. D’altra parte è qui
c’è la seconda ragione del suo successo, Landini emerge come leader
nell’attuale politica ultra personalizzata e governata dai talk show. La
coalizione sociale oggi proposta dalla FIOM è la più verticistica e rarefatta
tra quelle sperimentate in questi anni, in realtà non ruota neppure attorno al
sindacato, ma alla figura del suo leader.
La ragione del successo di Landini, il suo muoversi con
grande amplificazione mediatica nel vuoto segnato dalla sconfitta della
sinistra e del sindacato, è però anche causa del limite di fondo della sua
iniziativa. La proposta attuale di coalizione sociale allude ad una forza
politica, ma poi nega di volerla costruire. Si proclama la necessità di
cambiare il sindacato, ma poi si afferma di volerlo fare con chi il sindacato
ha condotto al punto attuale. Sul piano dei contenuti programmatici, Europa,
euro e politiche di concertazione e compatibilità sono sostanzialmente
ignorate, mentre PD, Confindustria e sistema di potere vengono sì criticati, ma
non definiti come avversari.
Ci vorrebbe insomma una vera rottura per evitare strade già percorse senza risultati. Invece, pur polemizzando duramente tra loro, Camusso e Landini coabitano nella stessa crisi sindacale e alla fine offrono ad essa risposte concorrenziali, ma simili.
Ci vorrebbe insomma una vera rottura per evitare strade già percorse senza risultati. Invece, pur polemizzando duramente tra loro, Camusso e Landini coabitano nella stessa crisi sindacale e alla fine offrono ad essa risposte concorrenziali, ma simili.
Giorgio Cremaschi
Nessun commento:
Posta un commento