Jobs Act, l’occupazione stagna
ma Renzi grida al miracolo
Abolite la realtà. Sterminate i poveri, saggi gufi. Per Renzi l’Italia ha
il segno più e l’occupazione vola. La storia è nota: le «riforme»
funzionano, avanti la prossima. Il disco è rotto. «La disoccupazione che
continua a scendere è dimostrazione che il Jobs Act funziona. L’Italia che riparte, riparte
dal lavoro #lavoltabuona» ha scritto ieri su twitter il presidente del
Consiglio commentando i dati Istat sull’occupazione a novembre. «La
disoccupazione è ai minimi da tre anni – ha detto il ministro del lavoro
Poletti — Auguri sinceri a tutti quelli che hanno avuto un lavoro e a
quelli il cui contratto precario è stato trasformato in rapporto di lavoro
stabile e un grazie agli imprenditori».
Jobs Act, una narrazione tossica
È una
narrazione tossica, contro la quale fortunamente crescono gli anticorpi,
insieme alla capacità diffusa di leggere i numeri: la vera ossessione per
un governo che li considera uno spauracchio. Manca il coraggio della verità per
dire ai cittadini che in Italia l’occupazione è stagnante, c’è una
crescita del lavoro a termine e precario, insieme a un balzo di
tigre dell’inattività sul mercato del lavoro tra i 15 e i 64 anni.
Lì’occupazione creata, Poletti dixit, è il risultato delle trasformazioni
dei vecchi contratti. Non è nuova occupazione in settori produttivi.
A
novembre, sostiene l’Istat, la disoccupazione cala dall’11,5 al 11,3% (da
settembre: –134 mila unità), mentre il tasso di occupazione aumenta solo dello
0,1%. Rispetto al novembre 2014, quando gli incentivi del Jobs Act non c’erano
ancora, i dipendenti occupati in maniera permanente oggi sono 141 mila in
più e rappresentano la maggior parte dei 247 mila in più registrati ieri
dall’Istat. I lavoratori indipendenti, ad esempio le partite Iva,
diminuiscono ancora di 41 mila unità sull’anno, anche se registrano un lieve
aumento tra ottobre e novembre. I contratti a tempo determinato
crescono del 4,5%, quelli a tempo indeterminato dell’1% e nel 2015
sono +70mila.
Istat. JobsAct + sgravi non
fanno crescere lavoro indeterminato rispetto a termine che aumenta in un
anno del 4.5% (elaborazione Marta Fana)
25 mila euro per assunto
La Uil
ha calcolato che ogni nuovo occupato “a tempo indeterminato” — cioè un
lavoratore stabilmente precario con il contratto «a tutele crescenti»
e senza articolo 18 – è costato al contribuente italiano 25 mila
euro. Quando finiranno gli incentivi, e queste persone perderanno il
lavoro, i 9 miliardi mobilitati da Renzi saranno stati inutili. Una spesa
improduttiva. Agghiacciante.
Come
sempre con i dati di quei gufi dell’Istat il diavolo sta nel dettaglio
e nel saldo: 106 mila occupati (su 141 mila) sono a termine, prodotti
della riforma Poletti che ha sfigurato il contratto a termine,
precarizzandolo all’infinito. La stima annuale dei dipendenti resta dunque
invariata, scrive l’Istat. La crescita registrata ieri di 40 mila occupati in
più si spiega con l’avvicinarsi della fine dell’anno e la scadenza degli
incentivi erogati a pioggia dal governo per vellicare l’opportunismo degli
imprenditori non per creare nuova occupazione. Nel 2016 la decontribuzione sui
nuovi assunti diminuirà al 40% fino a 3.250 euro annui per la durata di
due anni.
Nessun commento:
Posta un commento