"Referendum, la posta in gioco è la qualità della democrazia".
Intervento di Franco Astengo
L’esito della
votazione alla Camera dei Deputati sul DDL Boschi relativo alle cosiddette
riforme costituzionali (quelle definite dal senatore Besostri “deformazioni
costituzionali”) apre la strada al referendum confermativo, del resto invocato
dallo stesso Presidente del Consiglio in termini ultimativi: anzi ponendo la
sua stessa carriera politica sul crinale dell’esito del voto popolare.
Il referendum dovrebbe svolgersi con
ogni probabilità nel prossimo autunno.
Il “NO” (trattandosi di referendum
confermativo il NO vorrà proprio dire NO, contrariamente a quanto avviene nel
referendum abrogativo laddove il “SI’” risulta come affermazione negativa) sarà
rappresentato da varie posizioni politiche ma è evidente come la più importante
fra queste sarà quella costituita dai costituzionalisti che, nel corso di
questi anni, hanno impegnato una battaglia per la difesa dei termini
fondamentali della Costituzione Repubblicana.
Il Comitato del NO da essi formato
ha di fronte un compito di grande importanza: quello di definire i caratteri
peculiari della campagna referendaria, scegliendo i temi di fondo sui quali
svilupparli in un confronto politico a tutto tondo nel corso del quale
coinvolgere direttamente milioni di cittadini scendendo direttamente nel
dibattito pubblico che non deve essere riservato esclusivamente ai mezzi di
comunicazione di massa e alle tecnologie dei “social network”.
Questo è un primo punto di
discrimine nell’autonomia e nell’identità del Comitato referendario che
necessita di essere approfondito.
Sorge poi un altro interrogativo
molto importante.
La campagna referendaria dovrà
essere incentrata sul merito tecnico delle norme in discussione e, in
particolare, sulla presenza dei consiglieri regionali in Senato, sul
collegamento tra la composizione del Senato e la nuova legge elettorale, sulle
potestà della Seconda camera in materia di fiducia al governo e di poteri di
nomina, controbattendo così la facile propaganda derivante dagli effetti del
superamento del cosiddetto “bicameralismo paritario”?
Oppure seguendo lo schema già
dettato, come si sosteneva all’inizio di questo intervento, dallo stesso
Presidente del Consiglio si tratterà di votare su di un reale spostamento nella
forma di governo con il passaggio dalla repubblica parlamentare, prevista dalla
Costituzione nata dalla Resistenza, a una forma anomala di Repubblica
personale, né presidenzialismo, né premierato imperniata su di una figura
centrale il cui ruolo sarebbe quello di significare un passaggio ben più ampio
di quello fin qui identificato nella forma di governo?
Un passaggio che è possibile
definire di stampo bonapartista che accompagnerebbe definitivamente la
transizione alla modernità già avviata con l’elezione diretta dei Sindaci e
proseguita attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa
in dimensione personalistica come verificatosi durante il ventennio 1994 – 2014
seguito alla fase d’implosione dei grandi partiti di massa.
Un transito che significherebbe
l’accantonamento della democrazia rappresentativa a favore di una democrazia
formale presuntamente” diretta”,ma in realtà di tipo plebiscitario raccolta
attorno alla figura del cosiddetto “uomo solo al comando” attorniato dal suo
“giglio magico” di riverenti servitrici/ori come abbiamo visto, nella
fattispecie, nel corso della costruzione del regime avviatosi con la presidenza
Renzi dal 2014.
E’ questo l’interrogativo che si
trova di fronte al Comitato per il NO al riguardo del quale è evidente la
necessità di un intreccio fra le diverse ragioni.
La dimensione di questo intreccio,
la scelta dei temi e dei riferimenti è questione di grande delicatezza da
affrontare attraverso una discussione serrata nel merito da compiersi,
anch’essa, ad ampio raggio tenendo ben conto sia delle ragioni di carattere
teorico poste sul piano della qualità della democrazia, sia di quelle più
concretamente collocate sul terreno dell’immediatezza politica.
Sicuramente il momento più delicato
nella vita della Repubblica.
Nel 1960 l’intervento diretto delle
masse popolari e il peso dei grandi partiti della sinistra e della CGIL
evitarono un pericoloso scivolamento a destra dell’asse politico con la
prospettiva concreta di un esito – appunto – di tipo bonapartista (o gaullista
come si diceva allora).
Oggi?
La posta in gioco è quella
della qualità della democrazia, tra rappresentanza democratica e , come
sosteneva Max Weber, il “principio cesari stico”.
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