Dopo l’autunno caldo: le condizioni di lavoro in fabbrica
È opportuno seguire il filone della soggettività operaia,
per capire meglio quel che succede in fabbrica dopo l’autunno caldo, la
costituzione dei Consigli e l’elezione dei delegati. Con tutti i suoi limiti,
era in atto una rivoluzione nella mentalità della massa operaia, che seguiva un
suo percorso indipendente dalle strategie sindacali. Coglierne le
caratteristiche richiede un’indagine a livello di base. Nel 1972 la Fiom lancia
un’inchiesta tra i delegati, pubblicata nel ’74 con prefazione di Bruno
Trentin. Che bilancio traggono i delegati dei primi due anni successivi
all’autunno caldo?
Nella Prefazione, Trentin
non usa mezzi termini: “Non siamo quindi solo di fronte alla crisi del
padronato e dell’imprenditorialità italiani, ma a tutta una crisi politica,
alla volontà o all’incapacità politiche di non tentare almeno un confronto [il corsivo
è mio, N.d.A.]
e un rapporto nuovo, che non sia quello subordinato, coi lavoratori e col
movimento operaio”.
Sarà il leitmotiv del sindacato
negli anni successivi: la controparte non vuole prendere atto del cambiamento
dei rapporti di forza. Per gli operai intervistati l’unico cambiamento sta nel
minore potere dei capi. Il punto dolente è invece rappresentato dalle
condizioni ambientali. La risposta dei delegati al questionario Fiom si può
riassumere così: è cambiato qualcosa, soprattutto nel rapporto coi capi, ma non
sono cambiati né l’intensità dello sfruttamento né l’ambiente di lavoro. E
questo spiega perché la conflittualità comincia a diventare permanente, gli
accordi conclusi sono numerosissimi, ma dal mettere una firma al mettere in
pratica il pattuito ce ne corre.
La lotta contrattuale del
1973: l’autunno caldo non si ripete
Il rinnovo contrattuale del
1973 sarà durissimo. Confindustria non è disponibile alla trattativa. Il 6
marzo firma l’Intersind, il 29 marzo avviene l’inaspettato: alla Fiat gli
operai occupano la fabbrica. È un’azione condotta dai delegati più combattivi,
alcuni legati a Lotta continua, che rimette in discussione clamorosamente il controllo
della massa da parte del sindacato. Il 3 aprile Federmeccanica cede, si firma
un accordo insoddisfacente per gli operai, ma si firma. Se si guarda alla
cronaca quotidiana del 1972-73 è davvero impressionante la vastità del
movimento di sciopero. Tutto il lavoro dipendente è in ebollizione. Ma se
questo sguardo d’insieme può dare l’impressione di un’affermazione sindacale
incontrastata, tale impressione si ridimensiona se entriamo nei reparti.
La rappresentazione di quel
periodo come l’inizio di una fase in cui gli operai erano padroni delle
fabbriche e il sindacato aveva un potere eccessivo è una rappresentazione
falsa. Le aziende non volevano riconoscere le conquiste del ’69-70 e la
conflittualità per lo più era – e sarebbe stata per tutto il decennio –
determinata dalla necessità di ricorrere allo sciopero per far rispettare gli
accordi presi. Il contratto del ’73 viene ricordato per la conquista del
diritto allo studio, le cosiddette “150 ore”. Sull’organizzazione del lavoro,
quindi sui tempi, i ritmi, si era rimasti indietro ma gli operai volevano
davvero un miglioramento sostanziale su questo terreno e continuarono a
perseguirlo per tutti gli anni settanta, sfogando spesso contro impiegati e dirigenti
la loro rabbia. Sta qui, a mio avviso, una delle cause del lungo autunno.
L’immagine dunque di una classe operaia che commette soprusi non contenta di
quello che ha ottenuto, è un’immagine distorta. Gli aumenti salariali ottenuti
erano spesso erosi dalle ore di sciopero necessarie a ottenerli e
dall’inflazione. Era sempre più difficile trovare persone disposte a fare il
delegato, il turnover dei delegati era altissimo, lo stesso Consiglio di
fabbrica era sempre più controllato dall’esecutivo, a sua volta controllato dal
sindacato provinciale.
Le lotte operaie
conquistano settori della borghesia
Molte categorie
professionali furono attraversate da una serie di stimoli provenienti dalle
fabbriche, che innescarono al loro interno una dinamica di contestazione di
istituzioni e stili deontologici. In particolare gli insegnanti, chiamati in
causa dalle “150 ore”, una conquista che ha permesso a migliaia di operaie e
operai di assolvere la scuola dell’obbligo e di continuare una formazione
politico-culturale iniziata in fabbrica. I medici, coinvolti nelle vertenze
sulla nocività in sostituzione dei medici aziendali, disposti a sacrificare le
loro ambizioni di carriera e le prospettive economiche per diventare medici al
servizio degli operai, dentro e fuori l’istituzione ospedaliera. I magistrati,
in particolare del lavoro, gli architetti, gli urbanisti, e poi tanti esponenti
di discipline scientifiche, nella chimica, nella meccanica, per non parlare
degli operatori del sistema d’informazione giornalistica e audiovisiva. Era
nato il quotidiano “il Manifesto” che, al di là di rappresentare una ben
definita linea politica (“quotidiano comunista”) simboleggiava un modo nuovo di
fare informazione “su mandato della classe operaia” e rilanciava il giornalismo
investigativo. Gli avvocati, nasce in quel periodo sulla base dei diritti
riconosciuti dallo Statuto dei Lavoratori una nuova generazione che nelle aule
dei tribunali assume la difesa della classe operaia.
Non si è finora scritta una
storia dell’innovazione all’interno delle professioni. La sensazione che
provava lo strato dei militanti di fabbrica che aveva dato luogo al movimento
dei delegati era di aver guadagnato alla propria causa degli alleati tra la
borghesia, tra il ceto medio colto e tra le professioni liberali, di essere
quindi più forti nella società, di poter contare su una maggiore comprensione
nell’opinione pubblica e di poter sfondare prima o dopo la resistenza del
padronato in fabbrica. Il lungo autunno nasce anche da questa convinzione.
La crisi petrolifera e la
variabile monetaria
Il ciclo iniziato nel ’68
si chiude per un evento esterno: la crisi petrolifera. Le conseguenze in
fabbrica sono pesanti, la crisi energetica rimette gli operai sulla difensiva.
All’attacco non torneranno più, salvo incursioni vincenti in territori come
l’ambiente e la nocività. Il capitalismo italiano comincia a delineare una
strategia d’uscita dall’impasse in cui le lotte avevano cacciato il fronte
padronale. Qualcuno capì che si doveva ragionare sul lungo periodo senza poter
fare affidamento né sul governo né sulla Democrazia cristiana. L’istituzione
alla quale si aggrappò il capitale italiano più avveduto sino a farne il
riferimento della sua rivincita morale fu la Banca d’Italia. In un contesto nel
quale il principio di autorità era stato scosso dalle fondamenta, alla Banca
d’Italia fu assegnato il ruolo di restaurare questo principio.
Nasce in quegli anni il
mito dell’autonomia della Banca d’Italia, il suo governatore Guido Carli
diventa una figura di grande prestigio, che lo porterà alla presidenza di
Confindustria.20 Ma occorreva anche una larga opera di educazione per riportare
gli italiani a credere nell’economia di mercato come regno della ragione.
Un’azione culturale nella quale s’iscrive, nel 1974 la costituzione della
Luiss, luogo di alta formazione, e nel 1976 la fondazione del quotidiano “la
Repubblica”. Si doveva formare un nuovo senso comune nell’opinione pubblica, si
doveva in particolare convertire intellettualmente il gruppo dirigente del Pci
alla religione delle compatibilità, spronandolo a esercitare tutta la sua
influenza per riportare la Cgil a una linea di collaborazione con l’impresa e
il governo. I vincoli monetari si affermano come il più potente strumento di
limitazione della sovranità della politica. La traduzione in termini di governo
è la politica dei redditi, che fissa i parametri delle politiche distributive,
quindi delle rivendicazioni salariali, quindi del controllo della politica sui
sindacati.
Ma una cosa è aver
ritrovato una linea di condotta, un abbozzo di strategia, altra cosa è
riprendere il controllo della situazione. La spinta operaia continuò a
esercitare pressione e il padronato non seppe riacquistare il controllo della
situazione nelle grandi fabbriche anzi, in certe sue componenti fu colto da una
specie di cupio dissolvi che
condusse alla liquidazione di grandi imprese e d’interi settori produttivi con
la complicità di una parte del ceto politico, dei corpi dello Stato e del
sistema bancario. La classe operaia venne messa sulla difensiva, ma non per
questo ridotta all’impotenza. Le situazioni erano molto differenziate.
L’industria dell’auto e il suo indotto furono i settori dove la crisi
petrolifera ebbe anche un grande impatto, a subirne le conseguenze più pesanti
fu però l’industria chimica di base, che utilizzava il greggio come materia
prima e che vide schizzare in aria i suoi costi a un livello tale che numerosi
impianti, specialmente nel Mezzogiorno, furono messi fuori mercato.
Il diritto allo studio
Questa violenta rottura del
ciclo, che sembra aver messo in ginocchio ambedue i contendenti, classe operaia
e capitale, non impedì l’avvio di una nuova dinamica nel processo di
emancipazione degli operai di fabbrica, lungo una linea di civilizzazione che
non può essere ignorata. È l’effetto dell’accordo sindacale sul “diritto allo
studio” il fattore più importante. In pratica veniva data la possibilità ai
dipendenti di frequentare un certo numero di ore di insegnamento pagate. Per la
grande maggioranza degli operai comuni questa fu l’occasione per avere la
quinta elementare o la licenza media.
La categoria degli
insegnanti si sentì investita di un problema complesso: trovare un linguaggio
adatto a persone che avevano interrotto prematuramente il percorso di studi,
che erano diventate adulte, che avevano la fabbrica come punto di riferimento
per i loro parametri mentali. Gli insegnanti più sensibili avvertirono la sfida
che questa situazione poneva al loro dettato deontologico. Furono creati
strumenti didattici più agili dei libri di testo normalmente adottati. Il segno
che il diritto allo studio, le cosiddette “150 ore”, lasciò nella soggettività
di tanti operai comuni fu rilevante ed il bilancio di quella esperienza uno dei
più positivi del tormentato decennio.
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