La
cosiddetta secessione dei ricchi – ovvero la richiesta di maggiore autonomia da
parte di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – è un segnale lampante della
rottura di quello che si potrebbe definire il ‘patto implicito’ che ha tenuto
insieme Nord e Sud del Paese, ovvero un patto basato su una divisione del
lavoro che ha storicamente visto le imprese del Nord produrre e vendere a
beneficio dei consumatori residenti nelle regioni meridionali. Questo patto, al
netto degli aspetti formali e della Costituzione vigente, ha consentito
all’intero Paese di mantenere la sua unità formale e, al tempo stesso, di
percorrere un sentiero di crescita trainato da investimenti pubblici e privati
a sostegno della domanda interna....
La
divergenza, in termini di Pil pro-capite, fra Nord e Sud del Paese comincia ad
assumere dimensioni rilevanti a partire dalla seconda metà degli anni settanta:
sono anni caratterizzati dalla crescita pervasiva della criminalità organizzata
(che dal Sud comincia a mettere radici nelle principali città settentrionali),
dallo smantellamento progressivo della Cassa per il Mezzogiorno e dalla
contrazione degli investimenti pubblici al Sud. Sono anche anni caratterizzati
da consistenti aumenti di spesa pubblica, nella gran parte dei casi
improduttiva: quello che l’economista Marcello De Cecco ebbe a definire
‘keynesismo criminale’. Sia sufficiente a riguardo considerare che la spesa
pubblica in rapporto al Pil sale dal 34% del 1974 (a fronte della media della
Comunità europea del 38%) a oltre il 50% della fine degli anni ottanta. La
pressione fiscale, pari al 25% in rapporto al Pil nel 1973 (inferiore di quasi
quattro punti percentuali rispetto alla media OCSE), raggiunge il 40% alla fine
degli anni ottanta. Un incremento significativo e mal distribuito: la crescita
dell’evasione fiscale spinge i governi di quegli anni a provare a recuperare
gettito soprattutto attraverso l’aumento dell’imposta sul reddito delle persone
fisiche, generando crescenti diseguaglianze distributive.
L’Italia
diventa un Paese propriamente dualistico e, negli anni successivi e fino a
oggi, accentua questa caratteristica, con un Nord il cui settore industriale
recupera margini di profitto e un Sud che viene sostanzialmente sussidiato e
che si incammina verso una specializzazione produttiva sempre più orientata in
settori tecnologicamente maturi (agroalimentare, turismo, ristorazione,
intrattenimento). Il Veneto – una delle regioni più povere d’Italia nei decenni
successivi al termine della seconda guerra mondiale – comincia la sua
traiettoria di crescita, beneficiando delle politiche di decentramento
produttivo messe in atto dalla grande impresa del Nord-Ovest. Politiche che
trovano la loro ragione nel tentativo (riuscito) di sedare i conflitti interni
alla fabbrica che caratterizzano gli anni settanta e che si realizzano nella
nascita di piccole unità produttive nel Nord-Est. A partire dalla fine degli
anni ottanta, il Veneto trova la sua rappresentanza politica nella Lega Nord.
La quota dei salari sul Pil comincia a contrarsi in modo rilevante.
La richiesta di autonomia differenziata – di cui si parlerà venerdì pomeriggio al museo Castromediano durante un seminario organizzato dalla Flc Cgil – è il compimento, ad oggi, di questa tendenza. Si tratta della richiesta di trattenere in quei territori la massima parte delle tasse lì pagate, oltre che di trasferire alle regioni competenze fin qui proprie dello Stato: istruzione in primis, ed è stata ratificata in prima battuta dal Governo Gentiloni – per poi essere rilanciata, soprattutto su impulso della Lega, dal primo Governo Conte.
La richiesta di autonomia differenziata – di cui si parlerà venerdì pomeriggio al museo Castromediano durante un seminario organizzato dalla Flc Cgil – è il compimento, ad oggi, di questa tendenza. Si tratta della richiesta di trattenere in quei territori la massima parte delle tasse lì pagate, oltre che di trasferire alle regioni competenze fin qui proprie dello Stato: istruzione in primis, ed è stata ratificata in prima battuta dal Governo Gentiloni – per poi essere rilanciata, soprattutto su impulso della Lega, dal primo Governo Conte.
La
‘secessione dei ricchi’ viene fondamentalmente motivata con due argomenti:
1.
Le aree più ricche del Paese non possono più permettersi di concedere alle aree
più povere trasferimenti perequativi, che non farebbero altro che finire nel
calderone della spesa improduttiva, della corruzione, del clientelismo. D’altra
parte – si sostiene – le stesse regioni meridionali avrebbero tutto da guadagnare
dalla loro maggiore autonomia – e quindi da minori risorse pubbliche – dal
momento che sarebbero maggiormente incentivate a fare uso produttivo di queste
ultime.
2.
L’arricchimento delle aree già più ricche del Paese favorirebbe anche le aree
più povere per effetto di un meccanismo di locomotiva: se la crescita delle
aree più ricche (ri) parte, la ricchezza lì prodotta ‘sgocciola’ nelle aree più
povere. Come dire: se la locomotiva parte, trascina con sé anche i vagoni.
Per
comprendere perché rischia di prodursi la rottura del ‘patto implicito’ che ha
tenuto coesa l’Italia occorre far sintetico riferimento ai cambiamenti dello
scenario macroeconomico, in particolare a far data dalla prima crisi, nel 2007.
Il cambiamento al quale ci si riferisce attiene alla crescita delle
interconnessioni su scala globale: le cosiddette catene globali del valore.
Fuori dai tecnicismi, ci si riferisce al fatto che ogni prodotto finito
contiene parti componenti realizzate in altri Paesi o altre regioni dello
stesso Stato. Le nostre principali imprese – le più grandi e più innovative –
hanno risposto alla caduta della domanda a seguito della crisi provando ad
agganciarsi, attraverso catene di subfornitura (si pensi alla componentistica
per le automobili), al capitale tedesco e dei Paesi satelliti della Germania.
Nell’attuale gioco neo-mercantilista, dove ciò che conta è esportare più di
quanto esportino i concorrenti (e importare meno), il Sud conta sempre meno
come mercato di sbocco. E’ un processo ancora embrionale, che riguarda (su
fonte Banca d’Italia) un numero non molto grande di imprese del Nord, stimate
in circa 180mila su 4.5 milioni di imprese lì localizzate.
Almeno
per questi casi, due fattori sono da considerare:
a. Le imprese del Nord producono sempre meno beni finali e sempre più produzioni intermedie, non vendibili nel Mezzogiorno per la sostanziale inesistenza in loco di un tessuto industriale;
a. Le imprese del Nord producono sempre meno beni finali e sempre più produzioni intermedie, non vendibili nel Mezzogiorno per la sostanziale inesistenza in loco di un tessuto industriale;
b.
I residenti nel Mezzogiorno – per la caduta dei redditi, l’aumento delle
emigrazioni, l’invecchiamento della popolazione – consumano sempre meno. SVIMEZ
calcola, a riguardo, che il calo cumulato dei consumi dei meridionali dal 2008
al 2017 è stato nell’ordine del -11%.
A
ciò vanno aggiunte le politiche economiche attuate nel Mezzogiorno negli ultimi
decenni, caratterizzate – come ci informa SVIMEZ – da una costante riduzione
degli investimenti pubblici (riduzione che va avanti dall’abolizione della
Cassa per il Mezzogiorno), che ha contribuito a frenare la crescita delle aree
più deboli del Paese.
A
ciò si può aggiungere la scomparsa della stessa idea di delegare allo Stato ciò
che, nel caso italiano, la gran parte del nostro settore privato non fa: ovvero
finanziare le innovazioni tecnologiche.
di
Guglielmo Forges Davanzati
economista, Università del Salento. L’articolo è stato
pubblicato su “La gazzetta del Mezzogiorno”, 20 novembre 2011
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