Crisi, tutte le fandonie sul Pil di Ocse, Governo e Bankitalia. La denuncia della Cgil

Ieri
l’Istat ha diffuso dati sul pil che subito hanno provocato
entusiastiche affermazioni sull’uscita dalla recessione. Cioè, per il
solo fatto che la variazione della crescita è pari a zero c’è qualcuno
che ha il coraggio di parlare di fine della picchiata. A guardar bene,
la variazione congiunturale nulla calcolata dall'Istituto di statistica
per il quarto trimestre 2014 è comunque effetto di un arrotondamento. In
base ai valori assoluti del prodotto interno lordo, si registra infatti
un calo di circa 70 milioni di euro rispetto al trimestre precedente.
Tuttavia, proprio per effetto degli arrotondamenti, e delle revisioni,
anche minime, dei dati precedenti, la differenza si annulla. In termini
assoluti, dal 2011 ad oggi, da quando cioè l'Italia ha smesso di
crescere, l'economia italiana ha comunque perso oltre 70 miliardi di
euro. L'effetto appunto, evidente ormai nell'economia reale, di tre anni
e mezzo di caduta del valore aggiunto che non si è arrestata in media
nemmeno nel 2014, chiusosi, in base alle stime preliminari a -0,4%. Un
cambio di passo negli investimenti e nei consumi, secondo gli analisti,
non si è infatti ancora concretizzato. Quello che si è verificato
nell'ultima parte dell'anno è che l'indebolimento dell'euro ha spinto le
esportazioni, controbilanciando le difficoltà interne. La stessa
lettura viene data anche dall'Istat: tra ottobre e dicembre dal lato
della domanda si è registrato "il contributo negativo della componente
nazionale, compensato da un apporto positivo della componente estera
netta".
Secondo la Cgil negli ultimi 7 anni le previsioni sul Pil
italiano si sono sempre rivelate sbagliate: dal 2007 al 2013, infatti,
il paese sarebbe dovuto crescere dell'1,6% secondo le stime Ocse e di
5,4 punti percentuali secondo le leggi finanziarie approvate dagli
esecutivi al governo. In realtà, invece, il Pil è 10,5 punti sotto
rispetto a quanto previsto dall'Ocse e 14,3 punti sotto, rispetto alle
stime dei governi che si sono succeduti. I più irrealistici quelli
guidati da Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta, che
complessivamente hanno sovrastimato la crescita del 14,3% "gonfiando" il
Pil di circa 330 miliardi.
Anche per il 2015, infatti, l'errore è dietro l'angolo. "Ancora una
volta i modelli previsionali calcolano una ripresa che non ci sarà'',
dice la confederazione guidata da Susanna Camusso che avanza il dubbio
che la metodologia di calcolo "venga piegata dalle contingenze
politiche". "Siamo di fronte ad un clamoroso errore scientifico o questo
'ottimismo per l'anno dopo' nasconde l'intento di ostacolare un
dibattito sulle alternative necessarie circa la politica economica?", si
chiede il segretario confederale, Danilo Barbi secondo cui il protrarsi
di questo sbaglio la dice lunga sulla "volontà politica e culturale di
dire che non c'è nulla da cambiare nelle strategie economiche perchè
basta aspettare che le cose si aggiustino da sole''.La prova del nove di
tutto questo "incauto ottimismo", d'altra parte, sta per la Cgil, nei
numeri stessi al netto dell'entusiasmo: l'Italia, calcolano gli
economisti di Corso Italia, tornerebbe ai livelli precrisi di crescita
solo nel 2026 e riagguanterebbe quelli sull'occupazione solo nel 2031
nonostante "le ripetute previsioni ottimistiche della Banca d'Italia,
confermate dall'ultimo bollettino economico di gennaio".
Lo stesso risultato si ottiene infatti, anche analizzando le "ancora
più rosee stime" del Centro studi di Confindustria, diffuse a fine
gennaio: "al Pil italiano, esaurita la spinta esogena, mancherebbero
comunque 4.7 punti percentuale per tornare ai livelli precrisi, da
realizzare nel 2017-2018, cioè nell'arco della presente legislatura".
Più
basso invece l'errore previsionale di Banca d'Italia, Commissione
europea e Fondo monetario internazionale rispettivamente di 13,6 ; 12,4 e
11,6 punti percentuali.
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