Jobs Act: Renzi fa i compiti assegnatigli dalla Troika. Prepariamo referendum
Jobs Act: Renzi fa i compiti assegnatigli dalla Troika e riduce il lavoro a merce. Rilanciare le mobilitazioni, costruire un ampio schieramento referendario.
Mentre in Europa il governo greco cerca
di aprire una breccia nelle politiche di austerità, in Italia Renzi fa i
compiti assegnatigli dalla Troika: riscrive lo statuto del lavoro
riducendolo a merce e cancella decenni di lotte delle lavoratrici e dei
lavoratori. Ovviamente Renzi e il suo l’apparato propagandistico sono
all’opera nello “spiegare” come le riforme creeranno nuovo lavoro,
faranno crescere il Pil, risolveranno la precarietà… e via con le
magnifiche sorti e progressive. Si tratta di falsità evidenti che vanno
contrastate, rilanciando le mobilitazioni e lavorando sin d’ora alla
costruzione di un ampio schieramento referendario.
I decreti attuativi del cosiddetto Jobs
Act non fanno altro che generalizzare la precarietà e riportare il
lavoro alla condizione servile. Questa è la verità, come è vero che
Renzi fa oggi quanto neppure i governi Monti e Berlusconi erano riusciti
a compiere. E’ questa la sostanza dell’operazione, che coerentemente
riceve il plauso convinto di Confindustria.
I decreti confermano la cancellazione dell’articolo 18 per i nuovi assunti.
Sarà sufficiente d’ora in poi
etichettare ogni licenziamento con la motivazione economica perché sia
esclusa la possibilità della reintegra e perché – anche nel caso in cui
quella motivazione sia falsa e venga riconosciuta l’illegittimità del
licenziamento – il lavoratore licenziato abbia diritto solo ad una
mancia. Il testo finale del decreto attuativo conferma infatti che in
caso di giustificato motivo oggettivo cioè per motivazioni
economico-produttive “nei casi in cui risulta accertato che non
ricorrono gli estremi del licenziamento.. il giudice dichiara estinto il
rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di
lavoro al pagamento di un’indennità”.
Come si ricorderà anche la controriforma
Fornero aveva provato ad aprire la strada della piena libertà di
licenziamento su questo stesso terreno, laddove sempre in relazione alla
motivazione economica a base del licenziamento, aveva indicato la sola
possibilità della reintegra nel caso in cui fosse rilevabile la
“manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento”, una
formulazione con cui si voleva impedire ogni ruolo del giudice che non
fosse di mera presa d’atto. Quel tentativo era stato tuttavia fortemente
limitato proprio in sede giurisprudenziale, svuotando
significativamente la controriforma del 2012. Il Jobs Act “rimedia” ai
pasticci del 2012 e ne porta a compimento gli obiettivi. Il testo
conferma anche la manomissione delle norme sui licenziamenti collettivi
che anch’essi saranno utilizzabili per “dismettere” i lavoratori
indesiderati, giacchè alla violazione di procedure e criteri
corrisponderà solo il pagamento dell’indennità. Si accoglie dunque in
pieno la posizione di Alfano e NCD, si nega ogni ascolto alle richieste
avanzate unanimemente dai sindacati.
Il risultato è la ricattabilità totale
di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore che pure sia assunto a tempo
indeterminato, la restaurazione del dominio pieno dell’impresa nei
rapporti di lavoro. Ovviamente tra qualche tempo si dirà che non è
giusto che i nuovi assunti abbiano diritti inferiori ai vecchi e partirà
l’offensiva per estendere le nuove norme a tutti. Non è così che è
andata avanti in questi anni la sistematica distruzione di ogni diritto?
Frammentando, colpendo una parte e poi livellando tutti alle condizioni
peggiori.
Per altro verso la precarietà nei
rapporti di lavoro fa un salto di qualità anche “in ingresso”. Il primo
decreto Poletti aveva già sancito il possibile utilizzo generalizzato
dei contratti a termine per le assunzioni, eliminando la necessità di
indicare “la causale” cioè il motivo che giustificasse il ricorso al
lavoro temporaneo. A questo si aggiunge oggi l’estensione dell’utilizzo
dei voucher, i buoni-lavoro acquistabili anche dal tabaccaio, la forma
massima di lavoro “usa e getta”.
Quanto alla vantata eliminazione delle
collaborazioni, siamo in presenza di una nuova operazione di propaganda,
di un falso. Non solo le collaborazioni restanto nel settore pubblico,
ma il criterio indicato per l’individuazione delle false collaborazioni
e per la loro riconduzione al lavoro subordinato, cioè il contenuto
ripetitivo della prestazione ed il suo essere eterodeterminata nelle
modalità di esecuzione, non risolve affatto i casi in cui il lavoratore
ha qualche margine di autonomia nella concreta esecuzione del lavoro ma è
dipendente di fatto, perché la propria sopravvivenza materiale è legata
a quel rapporto di lavoro.
I decreti infine danno il via libera
alle norme gravissime sul demansionamento dei lavoratori, riscrivendo
codice civile e Statuto dei diritti dei Lavoratori.
Il Jobs Act non porterà un solo posto
di lavoro in più, come è dimostrato dalla storia degli ultimi anni. Il
lungo processo di erosione dei diritti del lavoro non ha fatto altro che
affermare un modello produttivo ed economico che, all’opposto della
propaganda profusa a piene mani, è all’origine della marginalizzazione
crescente del paese nella divisione internazionale del lavoro, con un
sistema di impresa esentato dagli investimenti su innovazione e qualità
del prodotto, perché certo di poter competere sulla compressione di
salari e diritti.
Il Jobs Act rappresenta invece un salto
di qualità senza precedenti nella riduzione a merce delle persone che
lavorano e nella distruzione della possibilità di organizzazione
collettiva delle lavoratrici e dei lavoratori.
Va contrastato in ogni modo, con le
mobilitazioni e dichiarando fin d’ora la nostra volontà di arrivare al
referendum, assunto peraltro come possibilità dalla stessa Cgil nel suo
ultimo direttivo.
Anche questo è un modo per sostenere la
Grecia, lottando fino in fondo a casa nostra, per scardinare le
politiche neoliberiste e riprendersi i diritti.
di Roberta Fantozzi
responsabile lavoro, segreteria nazionale PRC
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