Le ragioni di Landini
Ricapitoliamo i fatti. Il segretario della Fiom Maurizio Landini, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, dichiara che siamo alla «fine di un’epoca» e che pertanto «è venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi».
Per questo,
precisa, «il sindacato si deve porre il problema di una colazione
sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica». Il
quotidiano diretto da Marco Travaglio traduce e strilla un titolo a
tutta pagina «Landini: ora faccio politica». Si scatena una indecente
bagarre mediatica. E sebbene lo stesso Travaglio riconosca che quelle
parole messe tra virgolette Landini non le ha mai pronunciate, il capo
del governo le brandisce come un’arma impropria per mettere fuori gioco
il segretario del principale sindacato operaio di questo paese, con
l’obiettivo di delegittimarlo anche moralmente. Come se fare politica
sia diventato un peccato mortale: per gli altri naturalmente, non per
chi il potere politico lo detiene.
Il repertorio di frasi ad effetto del
governante di Rignano, che come al solito si spoglia di ogni
responsabilità pubblica, è abbondante. Ma la qualità è nettamente al di
sotto del livello medio di alfabetizzazione politica: «Landini sceglie
la politica perché ha perso con Marchionne»; «non è Landini che
abbandona il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini»; «sul
Jobs Act ognuno può avere l’opinione che vuole (bontà sua), ma è
difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche
all’entrata in politica». E così via. Senza alcun riferimento ai
contenuti della materia del contendere. Perché, essendo stati imposti da
colui che comanda, i contenuti sono per definizione giusti e «di
sinistra». Dunque, indiscutibili.
In questa logica è addirittura
inconcepibile che un sindacalista possa organizzare la protesta popolare
e di massa contro l’eliminazione di diritti fondamentali come quelli
sanciti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Se lo fa non è
per difendere un principio costituzionale, e perché crede nella
giustizia sociale, nella solidarietà e nella democrazia, ma perché
motivi loschi lo spingono a «entrare in politica». E se i sindacati
protestano contro una patente violazione dei diritti del lavoro che
moltiplica la precarietà, vanno ricondotti all’ordine. Meglio ancora se
diventano una protesi dell’impresa, cioè del capitale, eliminando
qualsivoglia rappresentanza generale e cancellando la contrattazione
collettiva.
Insomma, un inguacchio retrogrado che
guarda al passato. E che però è la dimostrazione inconfutabile della
validità delle ragioni di Landini, quando denuncia che oggi il lavoro
non ha rappresentanza politica, e che il sindacato deve coinvolgere
tutti coloro che «per vivere devono lavorare». Dal sistema dei media
l’attenzione viene invece strumentalmente concentrata sul dilemma se il
segretario della Fiom scenderà o no in politica, nel tentativo finora
riuscito di oscurare la sostanza del problema. In verità sono ormai
molti anni che la classe operaia tradizionalmente intesa, i nuovi
lavoratori generati dalla rivoluzione digitale, i precari e le partite
iva, donne e uomini, giovani e anziani, non dispongono di un’autonoma e
libera rappresentanza politica, che ne tuteli i diritti e la dignità, la
condizione materiale e morale di fronte allo strabordante potere del
capitale.
In questa area largamente maggioritaria
sta la massa crescente degli elettori che non si sente più rappresentata
dal sistema politico nel Parlamento della repubblica democratica
fondata sul lavoro. Come dimostrano, tanto per stare ai dati più
recenti, il successo di Grillo nelle elezioni politiche e l’astensione
di oltre il 60 per cento degli elettori nel voto regionale
dell’Emilia-Romagna. Landini dunque, sebbene con ritardo, enuncia una
verità solare quando dice che in Italia il lavoro non ha rappresentanza
politica. È un problema che dovrebbe agitare il sonno e turbare la
coscienza di ogni democratico, perché il lavoro senza rappresentanza
equivale a un’amputazione della democrazia. E proprio in questa
amputazione risiede la causa più profonda della crisi democratica che
stiamo vivendo, dalla quale certo non si esce con le (contro)riforme
sociali e costituzionali del governo.
Non aiutano a chiarificare il quadro le
filosofiche bubbole di Scalfari, per usare un termine a lui caro. Il
quale prima ci fa sapere che «la definitiva attuazione del Jobs Act è un
elemento molto positivo della politica economica renziana, anche se la
fisionomia “classista” non sfugge a nessuno». E poi si rammarica
osservando che se «la democrazia partecipata […] è in forte declino»,
«la causa si chiama indifferenza, soprattutto dei giovani». Come a dire:
chi ti dovrebbe rappresentare non lo fa e anzi ti bastona, ma per non
essere indifferente tu lo devi comunque votare.
Nel vuoto di rappresentanza che dura da
anni, e che genera crescente indifferenza, c’è oggi però una novità
rispetto al passato che Landini descrive così: «Renzi ha preso il
programma di Confindustria e lo sta applicando», perdipiù «senza che
nessun italiano abbia potuto votarlo». In altre parole, Renzi, che si
proclama di sinistra, sta attuando il programma della destra e sta
facendo ciò che neanche Berluscuni, il padre-padrone della destra, era
riuscito a fare. Il massimo del trasformismo, che da una parte umilia il
Parlamento esautorato della sua funzione legislativa, e dall’altra
adotta un linguaggio menzognero e insultante degradando la politica a
pura irrisione dell’avversario. Chi è Landini, se non uno sfigato, un
povero perdente che vuole entrare in politica per scopi poco chiari? È
dunque del tutto legittimo esporlo al pubblico ludibrio.
Nella sostanza si delinea una forma dura
di autoritarismo, che punta al massimo di personalizzazione della
politica, e quindi all’ascesa non effimera dell’uomo solo al comando.
Con l’intento di consolidare un nuovo sistema di potere, conformando a
questo fine l’insieme delle istituzioni e dei corpi dello Stato, dal
parlamento alla magistratura. Su un aspetto Scalfari coglie nel segno:
dal punto di vista sociale, questa è una fisionomia tipicamente
classista, senza virgolette. In altre parole, siamo di fronte a un
tentativo di modernizzazione capitalistica feroce, che cerca di farsi
largo nella dimensione europea puntando tutto su un consenso
trasformistico e mediatico. Ed è contemporaneamente la sepoltura senza
onore della sinistra che sarebbe dovuta nascere dalla svolta della
Bolognina di Occhetto.
Se ancora con Bersani l’ideologia
prevalente nel Pd tendeva a conciliare il conflitto tra capitale e
lavoro, fino a negarlo in una immaginaria visione buonista del liberismo
dominante, con Renzi l’incantesimo si rompe. Lui sta con Marchionne
contro Landini senza se e senza ma, vale a dire dalla parte del capitale
contro il lavoro. E ci sta in modo ostentatamente dichiarato. Così il
conflitto, che è organico al capitale come rapporto sociale, e che
perciò non era mai scomparso in presenza di una la lotta di classe
condotta con spietatezza dall’alto verso il basso, riappare alla luce
del sole in una dimensione dichiaratamente politica. Fino a diventare un
asse portante del governo e a mettere in discussione i principi della
Costituzione, che fonda sul lavoro l’Italia democratica
Questo è il cambio d’epoca di cui ci
parla Landini. E da qui trae la necessità di costituire una «coalizione
sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza
sindacale, capace di unificare tutte le persone che per vivere hanno
bisogno di lavorare». Una coalizione sociale che pur non essendo
partitica ha però un evidente contenuto politico, e che sarà
probabilmente messa alla prova in tempi brevi nelle iniziative che la
Cgil sembra intenzionata ad assume per cancellare l’abolizione
dell’articolo 18 e per estendere a tutte le forme di lavoro adeguate
protezioni. Landini va ringraziato e fortemente sostenuto in questa sua
posizione. Ma bisogna anche dire che si tratta di una posizione parziale
che non dà soluzione al problema politico, vale a dire al problema
della rappresentanza politica del lavoro. Senza di che la democrazia
viene amputata, ed è assai difficile conquistare e mantenere
fondamentali diritti sociali aprendo la strada a una civiltà più
avanzata.
Insediarsi nella società per costruire
la sinistra politica, e dare alla politica un forte contenuto sociale
per portare al consenso e alla lotta i dannati della crisi e cambiare la
società: questo è il problema che si presenta oggi in tutta la sua
urgenza e drammaticità, non solo in Italia. Con il rischio di un
rigurgito della destra più estrema e dei fondamentalismi più aberranti,
se non si imbocca decisamente la strada di un profondo cambiamento. Ma
non si può pensare che un problema di tale portata sia risolvibile
riesumando vecchie ricette socialdemocratiche subalterne al liberismo,
peraltro definitivamente bruciate dalla lunga crisi. Come dimostrano i
ricatti cui viene sottoposta Syriza dopo la vittoria in Grecia, la
necessità di una sinistra con caratteristiche popolari e di massa che
faccia asse sul lavoro, e quindi di un nuovo socialismo, è un tema ormai
decisamente europeo.
Tuttavia pensare che la soluzione del
problema consista, in Italia, nel cercare con il lanternino un leader
tra le macerie di una cultura andata in pezzi e di una pratica politica
da abbandonare equivale a contare le pecore in una notte insonne. La
priorità non è il leader, ma il progetto unitamente alla costruzione di
una nuova classe dirigente. E la capacità di unire al progetto una
piattaforma di rivendicazioni credibili e praticabili in grado di
spostare i rapporti di forza, in modo dar far avanzare un fronte
democratico in tutta Europa. Continuare a tirare in ballo Landini è un
gioco ormai troppo scoperto che alimenta solo inutili sospetti. Lui ci
sta mettendo la faccia, come si dice, e sta facendo la sua parte. Sono
altri, nei sindacati, nei partiti e nei movimenti, che devono prendere
atto della nuova fase che si è aperta. Traendone, se ne hanno il
coraggio e la capacità, le inevitabili conseguenze. Altrimenti verranno
travolti, e diverranno complici di una decadente involuzione verso
l’inciviltà.
Nessun commento:
Posta un commento