Bella ciao
e i partigiani del XXI secolo
Rincuora,
in un pianeta che precipita nella barbarie della guerra e nel neoliberismo
sfrenato – due facce della stessa medaglia – ascoltare le voci delle
combattenti del YPG del Rojava, intonare come propria canzone “Bella Ciao”. Sono
giovani, che ogni giorno rischiano la vita e che nel proprio bagaglio di
combattenti portano con se una traccia di Storia che ci appartiene e che spesso
è confinata in una retorica stantia.
Vengono da
una parte vicina e lontana del pianeta, lontana perché le loro lotte spesso
restano sullo sfondo, un panorama a cui mano mano ci stiamo assoggettando,
vicina perché il Rojava, la Siria, La Turchia, il Medio Oriente, rimbalzano
ogni giorno nei nostri notiziari sotto la forma scomoda e invadente dei
richiedenti asilo, di chi cerca di salvarsi la vita e di progettarsi un futuro.
Siamo
consapevoli che la loro Resistenza ha tanti punti in comune con quella che ad
ogni 25 di aprile ci raccontiamo, come quella in Palestina, nel Donbass, in
Eritrea. Paesi in cui si combattono i dominanti – spesso appoggiati da chi ci
governa – e da cui contemporaneamente si è costretti a fuggire. Perché
l’asimmetria del conflitto è troppo grande, perché quando a bombardarti sono
contemporaneamente i caccia delle maggiori potenze mondiali e dove non arrivano
i caccia intervengono i tagliagole del fascismo jahedista, salvare almeno i
figli è un dovere e poi si cerca di pensare al futuro. Quante oggi sono le
S.Anna di Stazzema, le Marzabotto che avvengono costantemente e senza che ne
resti grande traccia.
Già ma non
avvengono in Italia, neanche in Europa e le vittime, come al solito quasi
sempre civili, sono vittime di serie B che non hanno un nome e una storia, per
cui non ci sarà mai forse un monumento, una data per ricordarli, una giustizia
in cui a sedere sul banco degli imputati dovrebbero essere tanti eleganti capi
di Stato che si incontrano nelle nostre “civili” capitali occidentali.
E finché
restano dall’altra parte del mare restano anche per la parte più sensibile
“comodi eroi”, spesso da sostenere, per cui manifestare, a cui dedicare anche
interventi umanitari. Ma non è sufficiente.
In Italia
agli albori del fascismo, i pochi – all’epoca – oppositori, spesso fuggirono
per salvare la propria vita. E nella diaspora ricostruirono organizzazione,
gettarono le basi per quella che solo tanti anni dopo divenne Resistenza
diffusa. Il loro pensiero, i loro giornali che circolarono clandestinamente, la
loro stessa presenza, in Francia come in Unione Sovietica, divenne speranza per
chi in silenzio non si era ancora arreso e adeguato alla maggioranza, quando
ancora la guerra non aveva fatto pienamente comprendere la violenza dei regimi
fascista e nazista.
E altri
andarono a combattere in Spagna, laddove si poteva ancora resistere, ancora
lottare, ancora impedire l’avanzata nazifascista. Ci fu anche chi andò a
sostenere la resistenza in Etiopia, pochi certamente, quasi tutti comunisti, ma
davano il senso di una scelta.
Oggi i
richiedenti asilo, provenienti da mezzo mondo sono oltre 60 milioni, una
dimensione che mai si è avuta nella Storia. Di questi, poco più di un milione
cercano di entrare in Europa eppure prevale lo spavento, l’egoismo, il rifiuto,
la crescita di forze politiche di chiara matrice xenofoba la cui cultura
rimanda a quel fascismo così lontano e così vicino. Eppure in Austria come in
Serbia, proprio in queste ore, si affermano partiti i cui richiami ad un
sovranismo respingente sono inquietanti. Populismo, parole d’ordine in cui si
mescolano promesse vane di misure di protezione sociale per “gli italiani”, in
cambio del respingimento, peraltro impossibile, di coloro che cercano riparo
dentro i templi della nostra opulenza.
Dichiarare
la totale alterità a queste forze e agli schemi culturali e politici che
tentano di imporre è oggi non solo necessario ma va praticato nelle mille forme
in cui è possibile.
L’accoglienza
è necessaria ma non basta, salva la coscienza e ci riduce unicamente a
strumenti per lenire dolori sostituendoci ad uno Stato che in quanto a
politiche di welfare e protezione sociale, continua a tagliare per tutti, autoctoni
e non.
La
solidarietà è altrettanto necessaria ma continua a permettere il permanere di
un rapporto di subalternità fra chi solidarizza e chi resta comunque oppresso,
in casa propria come qui, grazie ad un sistema legislativo, italiano ed
europeo, che non prevede parità.
E allora,
pur consapevoli che la fuga dalla guerra, dallo sfruttamento, da una dittatura,
è soprattutto e all’inizio un percorso individuale e apparentemente privo di
prospettive, dovremmo cercare di aggiungere altro.
Dovremmo
contemporaneamente costruire legami con coloro che incominciano, anche da noi,
a organizzare resistenza, a prospettare un futuro diverso che possa prevedere
anche un ritorno nel proprio paese.
E nel
frattempo riprendere battaglie troppo trascurate per una politica estera che
sia contro la guerra, contro la vendita di armi a chi opprime i propri popoli,
per affermare anche da noi la necessità di riaffermare un conflitto che veda
come avversario chi sfrutta autoctoni e migranti.
Rompere
l’immaginario collettivo dominante basato su semplificazioni reazionarie,
imparare a dire la verità, anche se scomoda, anche se poco rassicurante anche
per i nostri soggetti sociali di riferimento. Spiegare il perché la nostra
dannazione non è rappresentata da una “casta” come vorrebbero i sostenitori del
M5S, dagli immigrati, come afferma la Lega, dai fannulloni e dai magistrati
come insiste nella nuova sacra unità il Partito della Nazione. Ma da chi
detiene la gran parte delle ricchezze del pianeta, da chi toglie i diritti, da
chi impone vecchie nuove oligarchie.
E in un
quadro simile, avere il coraggio di dire che chi fugge dalla guerra, rompendo
le frontiere, come chi lotta per impedire la dittatura 2.0 che si va imponendo,
ha lo stesso valore e lo stesso potere di rivolta che ebbero allora i
partigiani.
Oggi mura
e frontiere rappresentano per i padroni lo stesso valoro che ebbero allora i
regimi nazifascisti, decidono a quali popoli sia permesso vivere e a quali no,
e fra entrambi quale sia l’intangibile ordine gerarchico che deve governarne
l’esistenza. Ognuno al suo posto e guai a pretendere di rompere l’ordine
prestabilito; chi sfonda un confine è un nemico di quest’ordine mondiale e di
guerra.
Proprio
per questo la frase che quest’anno appare sulla tessera del nostro partito, “Nostra
patria è il mondo intero”, è ancora più valida.
Stefano
Galieni*
*Responsabile
nazionale immigrazione Prc-SE
Dedicato
alla compagna Bianca Bracci Torsi
Nessun commento:
Posta un commento