Europa, il bavaglio delle multinazionali sul
giornalismo d’inchiesta
di Fabio Sebastiani
Si chiama “Directive on the protection of undisclosed know-how and business information (trade secrets) against their unlawful acquisition, use and disclosure”, in breve “Trade Secrets Protection”, “direttiva per la protezione del segreto aziendale”.E’ stata approvata a larghissima maggioranza (il 77% dei voti favorevoli) giovedì, dieci giorni fa dal Parlamento Europeo.
Apparentemente sembra uno strumento
giuridico fornito alle imprese per proteggersi dallo spionaggio economico e
industriale. In realtà è un altro ostacolo, e non di poco conto, per mettere
definitivamente a tacere quei pochi giornalisti d’inchiesta che ancora
rimangono nel nostro paese e in Europa.
Tutto ruota intorno al concetto di
“interesse pubblico”. La direttiva esclude che le informazioni che possano
avere un qualche tipo di rilevanza per l’interesse pubblico ricadano nel campo
di applicazione.
Il punto è che non viene contestualmente definito che cosa sia
esattamente un interesse pubblico. Una scappatoia, o se volete una gatta da
pelare per i giudici, che di fatto costringerà i giornalisti ad affrontare
lunghi, rischiosi ed estenuanti percorsi giudiziali. Sicuramente un fattore
deterrente, a non occuparsi di questioni legate alla produzione e alla gestione
delle informazioni che, quando sono in mano alle grndi multinazionali (e non
alle piccole imprese come beffardamente sottolinea la direttiva), rappresentano
affari miliardi e sono per forza di cose di interesse pubblico proprio per la
rilevanza delle forze in campo.
“La protezione è esclusa nel caso in
cui la divulgazione del segreto aziendale serva l’interesse pubblico – scrive
Claudia Vago sul sito www.nonconimieisoldi.org - nella misura in
cui permette di rivelare un errore professionale o altri tipi di errore o
attività illegali direttamente collegati al segreto. Il problema è che la
direttiva non definisce chiaramente né l’interesse pubblico né il modo in cui
si manifesta la pertinenza, il collegamento tra il segreto svelato e l’errore o
l’attività illegale.
Per fare un esempio, nel caso dei Panama papers molte società offshore che compaiono nei documenti pubblicati dall’inchiesta non hanno commesso illeciti. Grazie alla nuova direttiva potrebbero rivolgersi a un tribunale per mettere a tacere i media o richiedere alle fonti delle informazioni e ai giornalisti che le hanno diffuse milioni, se non miliardi, di euro di indennizzo”.
A lanciare l’allarme in Francia era
stata Elise Lucet giornalista d’inchiesta a capo di “Cash Investigation”,
equivalente alla nostra Milena Gabanelli.
Pochi mesi fa aveva lanciata una
petizione indirizzata al Parlamento Europeo per denunciarne gli effetti nefasti
di questa norma e chiederne il ritiro. In poco tempo aveva raccolto oltre
400,000 sottoscrizioni. Tra questi l’appoggio di tanti giornalisti d’inchiesta
francesi come il noto Edwy Plenel del sito di informazione Mediapart,
informatori del calibro di Hervé Falciani, europarlamentari come l’ex giudice
Eva Joly e Ong come Reporters sans Frontières.
Ora i 28 Stati membri dell’Unione
hanno due anni di tempo per tradurre la direttiva nella propria legislazione
nazionale e, data la mancanza di chiarezza, alcuni saranno sicuramente tentati
di usarla per soffocare inchieste che possono compromettere il potere economico
e/o politico.
La BBC, ha intervistato il relatore
della direttiva, la francese Constance Le Grip, sui rischi corsi dai
giornalisti e dai whistleblower che rivelassero informazioni aziendali. Alla
domanda: “Potete giurare che nessuno sarà condannato a causa di questa
direttiva?”, Le Grip ha risposto: “Non sono un giudice”.
I veri giornalisti e i tanti
cittadini che non vogliono un’informazione che si limiti al copia/incolla dei
comunicati stampa delle aziende perché ritengono, come disse George Orwell che
“il giornalismo consiste nel pubblicare ciò che gli altri non vorrebbero vedere
pubblicato” hanno seri motivi per mobilitarsi contro questa proposta
liberticida nei loro rispettivi paesi.
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