ELIMINARE I CAMPI ROM (ma NON come dice Salvini)
A chi convengono i campi rom?
Storicamente agli ambienti più vicini alle cooperative che gestiscono appalti
milionari per i servizi. Ma anche a chi trae vantaggio elettorale dal montare
dell’emergenza e dell’esasperazione sociale. Sono molte le forme di “housing
sociale” possibili alternative ai campi e adottate con successo in diverse
città europee. Ma nessuna soluzione singola è quella migliore. Ciò che funziona
è una politica dotata di diversi strumenti, capace di guardare in faccia le
persone al di là dell’etnia, immaginando percorsi possibili per ciascuno.
Perché il rischio è di passare da campi orizzontali a campi verticali.
Il dibattito sulle periferie
e l’immigrazione innescato dai disordini di Tor Sapienza fa difetto di
un’analisi, necessaria, sulle reali cause che hanno determinato questa
situazione, restando così imbrigliato nell’eterna contesa tra quelli che
vorrebbero “rimandarli tutti a casa loro” e quelli che, sotto le insegne
dell’antirazzismo, finiscono per difendere politiche fallimentari.
Chiudere i Campi è Possibile
Le esperienze realizzate con
successo in altri Paesi e capitali europee dimostrano che un’altra via è
possibile e anche molto meno costosa: quella dell’integrazione abitativa e
lavorativa. Il sistema dei campi così prevalente e “istituzionalizzato” ormai
permane solo nel nostro Paese. Le persone di etnia rom presenti in Spagna,
Francia o Portogallo, non sono diverse da quelle che vivono in Italia. Sono
diverse le politiche adottate. Questi paesi hanno imparato – non senza errori
di cui hanno imparato a far tesoro – ad affrontare il problema come si affronta
quello abitativo dei baraccati e degli indigenti.
Sono molte le forme abitative
possibili e nessuna soluzione specifica singola è quella migliore. Ciò che
funziona è una politica dotata di diversi strumenti, capace di guardare in
faccia le persone al di là dell’etnia, immaginando percorsi possibili per
ciascuno. Per questo in ogni progetto è necessaria un’analisi preliminare
approfondita. Il professor Tommaso Vitale (Direttore Scientifico del Master
Governing the Large Metropolis a Sciences Po di Parigi ), che da anni lavora su
questo tema, elenca alcune soluzioni di housing sociale: percorsi di aiuto
all’affitto di abitazioni dal mercato privato, autocostruzione attraverso la
costituzione di cooperative in rispetto della normativa, abitazioni ordinarie
di produzione privata di cui sostenere l’acquisto con strumenti di accesso al
mutuo e del capitale reputazionale delle famiglie attraverso mediatore, affitto
di cascine in disuso di proprietà pubblica attraverso una pluralità di
contratti di locazione compensati da ristrutturazione, abitazioni ordinarie di
produzione pubblica, case popolari se il mercato lo rende possibile. «Guardando
l’esperienza europea – spiega Tommaso Vitale – il criterio di assumere una
varietà di strumenti permette dei risparmi e l’aumento di efficienza della
spesa pubblica che tenga conto dell’austerity grazie a rapporti di
accountability seri. Lo hanno capito diverse città europee. Noi oggi sappiamo
quanto tempo ci è voluto a chiudere le baraccopoli a Madrid: 4 mesi. Sappiamo
quanto ci è voluto a Londra a chiudere spazi similari ai “villaggi della
solidarietà”: 9 mesi. Sappiamo la loro solvibilità a 1 anno, 3 anni, 4 anni».
Provvedimenti come quello
sull’”emergenza rom” del 2008, al contrario hanno di fatto legittimato e
rafforzato, non molto tempo fa, l’esistenza dei campi. Uno dei più grandi campi
rom in Italia, quello a La Barbuta alle porte di Roma è stato costruito con i
fondi straordinari determinati dal provvedimento del ministro leghista Roberto
Maroni e con l’avallo del sindaco Gianni Alemanno.
Chi Pagherebbe i Progetti di Inserimento Abitativo?
Fino ad oggi a Roma per oltre
20 anni nonostante l’alternarsi di sindaci di diversi schieramenti politici, è
sempre stato il contribuente a pagare il prezzo delle politiche fallimentari
dei campi rom. Solo nel 2013 il Comune ha speso 25 milioni di euro per la
gestione di campi dove vivono appena 1.200 famiglie. Al contrario tutti i
progetti europei di inserimento abitativo sono stati finanziati attraverso
fondi europei destinati all’integrazione sociale dei cittadini Rom, ma il
nostro Paese non ha mai fatto richiesta di questi fondi UE, preferendo spendere
milioni di euro dei cittadini italiani per la politica illegale di segregazione
razziale nei campi.
La Condanna dell’Ue che Pende sull’Italia e Roma
Nella Capitale – come in
altre città italiane – per accedere alle graduatorie delle case popolari o
affitti agevolati, vengono escluse le persone che vivono nei villaggi
attrezzati, anche se cittadini italiani. E’ questa esclusione, che comprende
principalmente i residenti dei campi per rom, ad aver innescato il circolo
vizioso dell’emergenza abitativa e dunque la necessità del “sistema campi”.
L’accusa della Commissione europea, formalizzata recentemente in una lettera al
Governo italiano, si basa proprio sulla violazione della direttiva 2000/43/CE
che attua il principio della parità di trattamento fra le persone
indipendentemente dall’origine etnica. L’articolo 3 della direttiva vieta la
discriminazione in materia di “accesso a beni e servizi e alla loro fornitura,
incluso l’alloggio”. Da gennaio dovremmo scegliere se pagare ogni anno una
salatissima multa europea per non aprire le liste anche alle persone rom
residenti nei campi, oppure accedere alle linee di finanziamento europeo che
possano pagare interamente tutti i progetti di inserimento sociale tra cui case
popolari e aiuto all’affitto come è stato già fatto in altri paesi europei.
La Truffa dei “Nomadi”: i Veri Numeri del Problema
In Italia i cittadini Rom,
Sinti e Camminanti rappresentano lo 0,2% della popolazione, cioè circa 170 mila
individui (una delle percentuali più basse in Europa). Di questi, solo il 2-3%
pratica ancora forme di nomadismo (secondo una indagine condotta dal Senato);
40 mila vivono in campi, i restanti in abitazioni. Eppure oltre I`80% degli
italiani continua a ritenere che Rom e Sinti siano «nomadi». Per questo l`Osce
ha invitato l`Italia a non designare tale minoranza con il termine «nomade». A
Roma 8.000 cittadini di etnia rom, 1.000 famiglie, lo 0,23% della popolazione
della Capitale, vive in 7 «villaggi attrezzati» (4.200 presenze), 8 «campi
tollerati» (1.300 presenze), 3 «centri di raccolta» (680 presenze), 100
«insediamenti informali» (1.800 presenze). Questi sono i numeri della
“questione rom”.
di Simone Sapienza
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