La sentenza sulle pensioni, il governo Renzi e le disuguaglianze in Italia. Ribellarsi è giusto.
di Roberta Fantozzi -
Il governo Renzi ha risposto alla sentenza della Corte
Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco delle rivalutazioni
delle pensioni superiori tre volte il minimo, decidendo di dare qualche mancia
ai pensionati. Ad agosto saranno rimborsati 750 euro per le pensioni da 1406
euro lordi a 1700 euro lordi, 450 euro per le pensioni fino a 2200 euro, 278
euro per quelle fino a 3200 euro. Si tratta come è noto, di interventi
una-tantum che impegneranno risorse pari a 2,18 miliardi, mentre in caso di
corresponsione totale dei rimborsi, le risorse necessarie sarebbero state di
16,6 miliardi più gli interessi.
L’intervento del governo non rispetta la sentenza della
Corte che vale la pena di ripercorrere nelle sue motivazioni.
La sentenza ha dichiarato illegittimo il blocco delle
rivalutazioni in riferimento agli articoli 3, 36 primo comma, 38 secondo comma,
della Costituzione, cioè in riferimento al principio di eguaglianza (art.3), al
diritto delle lavoratrici e dei lavoratori ad avere una retribuzione in “ogni
caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e
dignitosa” (art.36), al diritto dei lavoratori a “mezzi adeguati alle loro
esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia,
disoccupazione involontaria”(art.38).
La sentenza compie un excursus storico di precedenti
interventi di analoga natura, rilevando che la norma introdotta dalla legge
Fornero “si discosta in modo significativo dalla regolamentazione precedente.
Non solo la sospensione ha una durata biennale; essa incide anche sui
trattamenti pensionistici di importo meno elevato”. La legge Fornero non ha
operato – dice la sentenza- una rimodulazione delle perequazioni per fasce di
reddito, come fatto con precedenti interventi, né ha bloccato la
perequazione per importi pensionistici elevati, come avvenuto quando si è
intervenuti sulle pensioni superiori a 8 volte il minimo, ma ha bloccato
integralmente la perequazione anche per i “titolari di trattamenti
previdenziali modesti”. Inoltre il blocco è stato giustificato richiamando
“genericamente la «contingente situazione finanziaria», senza che emerga dal
disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui
diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi
così fortemente incisivi”.
La sentenza della Corte, come è stato osservato da più
parti, ha riaffermato che esistono diritti e Costituzioni che li incarnano, non
sacrificabili alle politiche di austerità, e che esistono ancora organi
incaricati di garantire quei diritti. Non a caso quelle Costituzioni sono
sottoposte ad un attacco continuo, a partire dall’introduzione del principio
del pareggio di bilancio, e quegli organi si vogliono assoggettare ai
voleri di pochi, modificando come fa l’Italicum in maniera così grave la
composizione del Parlamento da pregiudicare la composizione degli stessi organi
di garanzia.
La sentenza della Corte non ha dettato peraltro, né avrebbe
potuto farlo il modo in cui porre rimedio all’incostituzionalità delle norme,
ma ha indicato nel principio di eguaglianza, nel diritto ad una retribuzione in
grado di garantire un’esistenza libera e dignitosa, e di pensioni – che altro
non sono che retribuzione differita – adeguate alle esigenze di vita nella
vecchiaia, i principi a cui far corrispondere il necessario intervento normativo.
A questi principi non corrisponde l’intervento del governo
Renzi. Va ricordato che anche per la prima fascia di importo, per le pensioni
nette di 1200 euro mensili, cioè per i “trattamenti previdenziali modesti” a
cui dedica la sua attenzione in particolare la sentenza della Corte
Costituzionale, il rimborso sarà meno della metà del dovuto: 750 euro a fronte
di 1700 circa.
E’ dunque più che comprensibile la rabbia di molte e molti,
per un intervento che di fatto nega la sentenza della Corte. Lo è assai meno
quella dei pensionati ad alto ed altissimo reddito.
Non sosteniamo i ricorsi di coloro che hanno pensioni d’oro
e di platino, quelle per cui vorremmo anzi che si introducessero per il futuro
meccanismi di calcolo in grado di fare qualche giustizia, giacchè è
inaccettabile che ci siamo pensioni da 90.000 o 40.000 euro mensili, solo per
citare il primo e l’ultimo della lista dei primi 10 pensionati d’oro.
Ma è più che legittimo che le migliaia di pensionati con
assegni medio-bassi vogliano far valere le proprie ragioni anche attraverso i
ricorsi.
Ed è necessario che si riapra tutta la partita delle
pensioni e più complessivamente si rimettano in discussione le politiche che il
governo Renzi sta facendo: ossequiose dei diktat della Troika perché complici
nella tutela dei medesimi interessi.
Sulle pensioni va ricordato, come da anni si incarica di
dimostrare il Rapporto sullo Stato Sociale curato da Roberto Pizzuti, che è dal
1998 che il saldo tra i contributi previdenziali versati e le pensioni erogate
al netto delle tasse (in Italia particolarmente pesanti e che comunque
rientrano nelle casse dello stato) è in attivo. Un attivo che per il 2013 è
stato di ben 21 miliardi.
La controriforma Fornero non va flessibilizzata dunque con
qualche penalizzazione in più per chi vuole andare in pensione prima dei
termini folli previsti, come sembrano suggerire le uscite di Renzi. Va rimessa
in discussione radicalmente a partire dall’innalzamento fino a oltre 6 anni
dell’età pensionabile e dall’impossibilità per chi ha lavori precari di
accedere, mai, nel futuro a una pensione decente.
Né è accettabile che le risorse per i pensionati vengano
prese da quelle che dovevano andare al contrasto alle povertà, come vuole fare Renzi.
Non in un paese in cui le disuguaglianze sono quelle che ogni rapporto
statistico racconta da anni, salvo accrescersi esponenzialmente con la
crisi. Quelle che da ultimo racconta l’Ocse, secondo cui l’1% più
ricco della popolazione italiana detiene il 14,3% della ricchezza nazionale
netta, il triplo rispetto al 40% più povero che ne detiene solo il 4,9%. O
ancora, un paese in cui il 20% più ricco detiene il 61,6% della ricchezza,
mentre il 20% più povero lo 0,4%!! Un rapporto di 154 volte, disuguaglianze da
urlo, indegne di un paese civile.
Qualche tempo fa un altro rapporto dell’Ocse, aveva peraltro
registrato come tra il 1976 e il 2006 la quota dei redditi da lavoro dipendente
e autonomo sul totale della ricchezza prodotta nei paesi a capitalismo avanzato,
fosse diminuita di 10 punti percentuali, andando a rendite e profitti. In
Italia la crescita delle disuguaglianze era stata più marcata e i punti erano
15, che a valori correnti del Pil, fa oltre 240 miliardi. Ma da allora la
situazione è per l’appunto peggiorata.
E’ necessario battersi per un’inversione radicale delle
politiche economiche: per un piano per il lavoro, per la cancellazione della
controriforma Fornero, per il reddito minimo. Liberando innanzitutto le nostre
teste dall’idea che un obiettivo sia in contrapposizione all’altro, che la
coperta sia troppo corta per tutti, che una piattaforma che tiene insieme
obiettivi di ricomposizione sociale, sia estremistica. La coperta non è corta,
solo che alcuni se la sono presa quasi tutta. Sono loro gli estremisti, quelli
che dicono che non si può e che non c’è alternativa, per continuare a difendere
gli interessi di pochi a scapito di quelli della grande maggioranza delle
persone.
p.s.
E’ bene evitare di fare propaganda sui ricorsi. Il Movimento
5 Stelle non è certamente il soggetto politico con cui abbiamo maggior
desiderio di polemizzare nel panorama politico dato, ma la normativa vigente,
permette solo ai soggetti legittimati e appositamente convenzionati con l’Inps
(avvocati, consulenti del lavoro, commercialisti, caf, patronati, etc.) di
poter inviare telematicamente i ricorsi amministrativi direttamente all’ente.
E’ del tutto privo di efficacia legale il modulo postato sul blog di Grillo con
cui si invitano i pensionati ad indirizzare direttamente all’Inps e a mezzo
posta, quando questa modalità è esclusa.
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