I giovani ormai sono
condannati ad una vita precaria generata proprio dal lavoro precario.Costretti
a schiavizzarsi per non perdere un posto. Ecco perchè.
Dietro questo già
avviato processo di precarizzazione del mondo del lavoro si cela anche una
contestuale e progressiva precarizzazione della vita dei giovani, condannati ad
un futuro nero. Intanto, a fronte dell’enorme espansione demografica delle
popolazioni africane e dell’aumento di giovani disponibili a venire in Europa
per fare qualunque lavoro e a qualsiasi condizione, l’Europa intera si attrezza
diminuendo i diritti dei lavoratori nascondendosi dietro la parola
‘competitività’. Il Job’s Act deve essere letto anche in questa prospettiva.
Quando si affronta
l’argomento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e delle successive
modifiche, è molto facile scadere nel solito discorso da bar: “Fanno bene
contro i fannulloni che si sono sempre cullati sulla stabilità del loro posto
per non fare nulla”. Facile davvero. Soprattutto quando, lo stesso giorno, tra
la notizie in primo piano dei tg nazionali, trapela quella dei numerosi
dipendenti pubblici che timbravano un sfilza di cartellini di altri colleghi
per poi assentarsi dal posto di lavoro. In questo caso, oltre ad indignarsi
molta gente sembrerebbe essere quasi incitata a giustificare una riforma
diretta ad eliminare certe tutele a questo tipo di dipendenti (l’eliminazione
dell’art. 18 è già stato esteso anche ai dipendenti pubblici).
In realtà però, dietro
questo già avviato processo di precarizzazione del mondo del lavoro si cela
anche una contestuale e progressiva precarizzazione della vita dei giovani,
condannati ad un futuro nero. Altro che ripresa. A confermalo sono diversi
rapporti e studi nel settore, mentre esperti come Alessandro Rosina, demografo
dell’Università Cattolica di Milano affermano che la politica italiana “pensa
all’immediato. E i giovani hanno sospeso il giudizio sul futuro. La popolazione
inattiva aumenta, mentre la fascia più produttiva si riduce”. Eppure, non si
capisce come, con mister Renzi i giornali cominciano a vantare riprese fantasma
ed i primi servizi natalizi cominciano a tranquillizzare gli italiani
informandoli di una positiva ripresa economica per il nostro Paese. Chissà.
Mentre le prospettive di
nascita in Italia come in Europa si riducono drasticamente a fronte dell’enorme
crescita demografica delle popolazioni africane, il vecchio continente farà i
conti con un’emigrazione di massa senza precedenti. Nei prossimi anni infatti
saranno tanti i giovani africani in cerca di lavoro; se l’Occidente intero
continuerà a non far nulla per creare posti di lavoro nelle loro ricche quanto
povere terre, chiudendo gli occhi alla povertà dilagante per poi derubare gli
stessi territori attraverso le attività delle numerose multinazionali, allora
l’esito sarà certamente prevedibile. Come spiegato dal comunista Marco Rizzo in
alcune sue dichiarazioni pubbliche, “i centri di potere, le banche e la grandi
finanziarie, quindi i padroni veri dell’Europa hanno bisogno che questi
lavoratori abbiano meno diritti per massimizzare i profitti. In Africa ci sono
milioni di persone disponibili a venire in Europa per fare qualunque lavoro e a
qualsiasi condizione perché, continua Rizzo- qualunque cosa facciano qua stanno
certamente meglio che là”.
I Paesi europei, a
partire dalla Germania per poi proseguire con tutti gli altri, hanno infatti da
anni cominciato ad avviare riforme volte a scardinare il mondo del lavoro
fregiandosi di obiettivi come la ‘competitività’, la ‘flessibilità’, e seguendo
la politica statunitense dei mini-jobs per tutti ma dietro diminuzione dei
diritti degli stessi lavoratori. Più contratti ma meno stabili e più precari.
In questo modo è facile per il politico di turno dimostrare che i tassi di
occupazione sono lievitati, avendo le imprese più possibilità di assumere nello
stesso rapporto delle possibilità di licenziare. Ma chi ci va sotto se non i
giovani? A chi stanno privando di un futuro ‘stabile’, della possibilità di
crearsi una famiglia, una posizione, una specializzazione coltivata nel tempo,
se non ai futuri lavoratori? Fino ad oggi a sorreggere la tragica situazione
sono state- diciamocelo chiaramente- le care pensioni dei nonni o dei nostri
genitori. Le stesse che i giovani d’oggi, con enormi sacrifici di contributi,
stanno già pagando. Ma un giorno, chi sarà a pagare ed assicurare le nostre?
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