martedì 24 maggio 2016

Berlusconi, Boschi e la tragicommedia sui 'veri partigiani



"Berlusconi, Boschi e la tragicommedia sui 'veri partigiani'". Intervento di Paolo Andreozzi

Se ieri 22 maggio 2016 noi, pubblico italiano, abbiamo imperturbabilmente potuto ingoiare l'ennesima rappresentazione del teatro politichese come fosse realtà – nella fattispecie: la schermaglia tra Boschi che dice “i veri partigiani voterebbero SI' al referendum costituzionale d'autunno” e Bersani che gli risponde “ma come si permette!”, beninteso entrambi incardinatissimi nello stesso identico ganglio del sistema –, ciò si deve ovviamente al fatto che siamo usciti da troppo poco tempo dal periodo finora più buio della storia repubblicana, ossia dall'egemonia politicamente esplicita di Silvio Berlusconi divenuto premier la prima volta dopo le elezioni del marzo 1994 e costretto alle sue ultime dimissioni nel novembre 2011.

Quest'anno Berlusconi farà 80 anni, ed è – o cerca di apparire – poco più che un innocuo vecchietto; e alla cortissima memoria del pubblico italiano riesce ormai difficile perfino riandare con i sensi e con la mente alla lunghissima stagione in cui egli era il dominus a 360° della sceneggiatura istituzionale. Eppure così è stato; e se fosse stato altrimenti non si darebbe oggi, anzi ormai da qualche anno, l'attitudine prona dell'opinione pubblica a prendere sul serio la leadership di un uomo come Matteo Renzi e, specularmente, lo status di oppositori ad essa di uomini come Beppe Grillo o Matteo Salvini.



Il tutto, ovviamente, col beneplacito – di più: con la ferrea regia – degli interessi concretissimi ma dalla difficile personificazione (almeno, agli occhi di noi pubblico) che individuarono a suo tempo Berlusconi e poi Prodi e poi Napolitano e poi Bersani, ed hanno poi individuato Grillo e poi Salvini e poi Renzi e poi Boschi eccetera eccetera, a mo' di casting per un copione in parte blindato in parte lasciato all'istinto del momento dei suddetti, perché decine di milioni di italiani non pensassero mai neppure per un istante a un'azione efficace di resistenza in nome della democrazia, della Repubblica, della

Costituzione, della giustizia, ma invece restassero a sedere in platea, al più esercitando un simulacro di diritto di voto teleguidato a comando.

Tutto ciò è stato ed è un fatto epocale per la vita della Nazione, inscritto per di più in una vera e propria fase storica di un'area geopolitica intera: si chiami questo Terza Rivoluzione Industriale oppure Modo Neocapitalista Globale di Produzione e Scambio di

Beni e Significati, e suoi effetti sulle forme politiche generali (dall'instabilità militare al cosiddetto terrorismo, dai fenomeni migratori al disastro climatico) ovvero particolari dei singoli Paesi afferenti l'area (dallo smantellamento dello Stato Sociale alle tante varianti della post-democrazia), di sicuro occuperà una partizione a sé nei corsi storiografici dei secoli a venire – un po' come per noi oggi quel che chiamiamo Storia Contemporanea.


Se questo è vero, se questa è la portata dell'argomento, è ovviamente assurdo cercare di identificare un singolo atto o momento nel quale, per esempio, possa dirsi che l'età berlusconiana ha avuto inizio.

 Ciononostante, a puro titolo di gioco intellettuale, stavo ieri pensando a cosa sarebbe accaduto in Italia se per caso alle elezioni fatidiche del 1994, nel collegio Roma 1 per la Camera dei Deputati, Berlusconi fosse stato battuto dal suo competitor Luigi Spaventa (morto nel gennaio 2013), economista di razza, ulivista di ferro, gran signore e gran commis di Stato, nonché discendente da una famiglia illustrata dai nomi di Bertrando e Silvio Spaventa, tanto importanti nella parabola di pensiero e azione risorgimentali e post-risorgimentali.

Il pubblico romano poco sapeva di Spaventa, quindi in campagna elettorale lo accompagnarono volti noti e amati come Enrico Montesano, Nanni Loy, Nanni Moretti, a persuadere gli elettori che al cospetto del candidato di sinistra il parvenu brianzolo non doveva, almeno sulla piazza di Roma, avere alcuna chance.

Invece vinse il parvenu. Con circa 5.000 voti di vantaggio vinse, sull'irreprensibile uomo di Stato e di scienza, l'uomo che dell'antistato e dell'in-coscienza aveva fatto il paradigma stesso della propria vita – come poi scopriremo negli anni grazie a indagini e sentenze, a inchieste giornalistiche e perfino a malcelate auto-confessioni.

 Ossia, circa 5000 persone abitanti e votanti a Roma centro – se proprio vogliamo giocare al gioco un po' puerile di chi è la colpa –, quando ancora si poteva cambiare il corso della storia italiana contemporanea, e a dispetto di ogni evidenza (di Berlusconi si sapeva già all'epoca abbastanza da sconsigliarne assolutamente l'elevazione a ranghi di potere politico qualunque), scelsero di imboccare la via del disastro per sé e per decine di milioni di cittadine e cittadini per i decenni successivi.

 Perché? Probabilmente perché convinti dalla più efficace battuta di quella campagna elettorale: “Quante Coppe dei Campioni ha vinto questo signor Spaventa?”

Ci ho pensato ieri forse perché ho letto sul giornale che a causa della sconfitta contro la Juventus nella finale di Coppa Italia della sera prima, all'Olimpico di Roma, il Milan per il terzo anno consecutivo sarà fuori da tutte le competizioni calcistiche europee: il più lontano possibile da ogni coppa.

Ma ormai – da tempo – non serve più, la squadra rossonera, a orientare politicamente l'opinione pubblica di questo strano e arretrato Paese. Ci pensa altro, con altri volti e accenti.

E voglio pubblicarlo oggi, tutto questo pensiero sghembo – oggi 23 maggio 2016, anniversario della strage di Capaci del 1992 con cui il potere decretò morisse Giovanni Falcone, insieme a Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, servitore della democrazia e della collettività. Quella collettività che uomini e donne così ha ancora da dimostrare di meritare davvero.

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