"Berlusconi, Boschi e la tragicommedia sui 'veri partigiani'". Intervento di Paolo Andreozzi
Se ieri 22 maggio 2016 noi, pubblico italiano, abbiamo imperturbabilmente
potuto ingoiare l'ennesima rappresentazione del teatro politichese come fosse
realtà – nella fattispecie: la schermaglia tra Boschi che dice “i veri
partigiani voterebbero SI' al referendum costituzionale d'autunno” e Bersani
che gli risponde “ma come si permette!”, beninteso entrambi incardinatissimi
nello stesso identico ganglio del sistema –, ciò si deve ovviamente al fatto
che siamo usciti da troppo poco tempo dal periodo finora più buio della storia
repubblicana, ossia dall'egemonia politicamente esplicita di Silvio Berlusconi
divenuto premier la prima volta dopo le elezioni del marzo 1994 e costretto
alle sue ultime dimissioni nel novembre 2011.
Quest'anno Berlusconi farà 80 anni, ed è – o cerca di apparire – poco più
che un innocuo vecchietto; e alla cortissima memoria del pubblico italiano
riesce ormai difficile perfino riandare con i sensi e con la mente alla
lunghissima stagione in cui egli era il dominus a 360° della sceneggiatura
istituzionale. Eppure così è stato; e se fosse stato altrimenti non si darebbe
oggi, anzi ormai da qualche anno, l'attitudine prona dell'opinione pubblica a
prendere sul serio la leadership di un uomo come Matteo Renzi e, specularmente,
lo status di oppositori ad essa di uomini come Beppe Grillo o Matteo Salvini.
Il tutto, ovviamente, col beneplacito – di più: con la ferrea regia – degli
interessi concretissimi ma dalla difficile personificazione (almeno, agli occhi
di noi pubblico) che individuarono a suo tempo Berlusconi e poi Prodi e poi
Napolitano e poi Bersani, ed hanno poi individuato Grillo e poi Salvini e poi
Renzi e poi Boschi eccetera eccetera, a mo' di casting per un copione in parte
blindato in parte lasciato all'istinto del momento dei suddetti, perché decine
di milioni di italiani non pensassero mai neppure per un istante a un'azione
efficace di resistenza in nome della democrazia, della Repubblica, della
Costituzione, della giustizia, ma invece restassero a sedere in platea, al
più esercitando un simulacro di diritto di voto teleguidato a comando.
Tutto ciò è stato ed è un fatto epocale per la vita della Nazione,
inscritto per di più in una vera e propria fase storica di un'area geopolitica
intera: si chiami questo Terza Rivoluzione Industriale oppure Modo
Neocapitalista Globale di Produzione e Scambio di
Beni e Significati, e suoi effetti sulle forme politiche generali
(dall'instabilità militare al cosiddetto terrorismo, dai fenomeni migratori al
disastro climatico) ovvero particolari dei singoli Paesi afferenti l'area
(dallo smantellamento dello Stato Sociale alle tante varianti della
post-democrazia), di sicuro occuperà una partizione a sé nei corsi
storiografici dei secoli a venire – un po' come per noi oggi quel che chiamiamo
Storia Contemporanea.
Se questo è vero, se questa è la portata dell'argomento, è ovviamente
assurdo cercare di identificare un singolo atto o momento nel quale, per
esempio, possa dirsi che l'età berlusconiana ha avuto inizio.
Ciononostante, a puro titolo di
gioco intellettuale, stavo ieri pensando a cosa sarebbe accaduto in Italia se
per caso alle elezioni fatidiche del 1994, nel collegio Roma 1 per la Camera
dei Deputati, Berlusconi fosse stato battuto dal suo competitor Luigi Spaventa
(morto nel gennaio 2013), economista di razza, ulivista di ferro, gran signore
e gran commis di Stato, nonché discendente da una famiglia illustrata dai nomi
di Bertrando e Silvio Spaventa, tanto importanti nella parabola di pensiero e
azione risorgimentali e post-risorgimentali.
Il pubblico romano poco sapeva di Spaventa, quindi in campagna elettorale
lo accompagnarono volti noti e amati come Enrico Montesano, Nanni Loy, Nanni
Moretti, a persuadere gli elettori che al cospetto del candidato di sinistra il
parvenu brianzolo non doveva, almeno sulla piazza di Roma, avere alcuna chance.
Invece vinse il parvenu. Con circa 5.000 voti di vantaggio vinse,
sull'irreprensibile uomo di Stato e di scienza, l'uomo che dell'antistato e
dell'in-coscienza aveva fatto il paradigma stesso della propria vita – come poi
scopriremo negli anni grazie a indagini e sentenze, a inchieste giornalistiche
e perfino a malcelate auto-confessioni.
Ossia, circa 5000 persone abitanti e
votanti a Roma centro – se proprio vogliamo giocare al gioco un po' puerile di
chi è la colpa –, quando ancora si poteva cambiare il corso della storia
italiana contemporanea, e a dispetto di ogni evidenza (di Berlusconi si sapeva
già all'epoca abbastanza da sconsigliarne assolutamente l'elevazione a ranghi
di potere politico qualunque), scelsero di imboccare la via del disastro per sé
e per decine di milioni di cittadine e cittadini per i decenni successivi.
Perché? Probabilmente perché
convinti dalla più efficace battuta di quella campagna elettorale: “Quante
Coppe dei Campioni ha vinto questo signor Spaventa?”
Ci ho pensato ieri forse perché ho letto sul giornale che a causa della
sconfitta contro la Juventus nella finale di Coppa Italia della sera prima,
all'Olimpico di Roma, il Milan per il terzo anno consecutivo sarà fuori da
tutte le competizioni calcistiche europee: il più lontano possibile da ogni
coppa.
Ma ormai – da tempo – non serve più, la squadra rossonera, a orientare
politicamente l'opinione pubblica di questo strano e arretrato Paese. Ci pensa
altro, con altri volti e accenti.
E voglio pubblicarlo oggi, tutto questo pensiero sghembo – oggi 23 maggio
2016, anniversario della strage di Capaci del 1992 con cui il potere decretò
morisse Giovanni Falcone, insieme a Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco
Dicillo e Antonio Montinaro, servitore della democrazia e della collettività.
Quella collettività che uomini e donne così ha ancora da dimostrare di meritare
davvero.
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