giovedì 12 maggio 2016

Non aumentano i posti di lavoro ma le ore lavorate.



Occupazione, anche l'Ue scopre il giochino di Renzi: non aumentano i posti di lavoro ma le ore lavorate. Calabria prima in Europa per la disoccupazione giovanile
La Commissione Ue vede proseguire in Italia una "crescita moderata" ma rivede al ribasso il pil 2016: l'1,4% previsto a febbraio scende a +1,1%. Bruxelles conferma, poi, le stime sulla disoccupazione italiana nel 2016 (11,4%) e abbassa leggermente quelle sul 2017 (da 11,3% a 11,2%).

"La disoccupazione in Italia - secondo la Commissione - scende solo gradualmente nel 2016 e 2017 anche perché i lavoratori precedentemente scoraggiati tornano nella forza lavoro", scrive la Commissione. L'occupazione è infatti in aumento, "ma più in termini di ore lavorate che di posti di lavoro". Hanno aiutato, nel 2015, gli sgravi di tre anni per chi assume a tempo indeterminato, estesi anche nel 2016 ma "con una riduzione meno generosa dei contributi sociali".

 
Secondo Eurostat, ben tre regioni italiane, la Calabria col 65,1%, la Sardegna col 56,4% e la Sicilia col 55,9%, figurano tra i dieci territori Ue col tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) più elevato nel 2015. La Calabria si colloca in realtà al terzo posto nella classifica Ue, ma è preceduta solo dalle due 'enclavi' spagnole in terra africana, cioè Ceuta (dove la disoccupazione giovanile è al 79,2%) e Melilla (72%). La Sardegna si trova invece in ottava posizione e la Sicilia è nona.

Sul fronte delle giovani generazioni siamo al disastro.

Secondo una recentissima indagine di Adoc, il 77% dei giovani trentenni si dichiara “molto o piuttosto preoccupato” per la diminuzione del benessere e per la propria situazione previdenziale e pensionistica, e oltre l’84% esprime un elevato livello di preoccupazione per la presenza e/o la qualità del lavoro. Iil valore delle entrate mensili degli intervistati è pari a 787 euro, poco meno di 10mila euro l’anno, mentre oltre un terzo dispone di meno di 500 euro al mese.

 Il basso tenore di reddito pesa molto anche sul fattore risparmio: il campione intervistato riesca a risparmiare solo il 17,3% delle proprie entrate, pari a 136 euro mensili (ovvero oltre 1.600 euro in un anno), anche se solo il 30,8% degli intervistati dichiara di non risparmiare. Chi riesce a mettere da parte qualcosa, seppure in misura minima, lo fa principalmente per garantirsi un futuro migliore (49%) o per far fronte a situazioni di difficoltà (41,2%).

Dal punto di vista sanitario il 67,2% del campione ha dichiarato di aver usufruito negli ultimi 3 anni del Sistema Sanitario Nazionale ma l’ampia maggioranza dei giovani ritiene che il sistema previdenziale pubblico andrebbe coadiuvato con altre forme assistenziali (mutue) o assicurative (polizze infortuni o fondi sanitari), al fine di garantire al cittadino ogni prestazione sanitaria richiesta.

Riguardo il lato pensionistico, nonostante la riforma “Fornero” abbia spostato significativamente in avanti la soglia pensionabile (pari attualmente a 66 anni e 7 mesi), e nonostante tale limite sia destinato ad aumentare negli anni per effetto dell’adeguamento alle aspettative di vita, circa un quarto degli intervistati (il 24,3%) ritiene che potrà andare in pensione prima dei 65 anni.

 La quota prevalente del campione (il 37,8%) ipotizza tuttavia una termine della vita lavorativa in linea con le attuali aspettative pensionistiche, indicando un’età pensionabile compresa tra i 65 e i 70 anni, mentre un significativo 38% proietta ancora oltre la propria età pensionabile, immaginando che lavorerà anche oltre i 70 anni.

 Passando ad analizzare il cosiddetto “tasso di sostituzione” (ovvero il valore della pensione netta in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio netto) circa la metà del campione “informato” (ossia che conosce le modalità dell’attuale sistema di calcolo pensionistico, pari al 62% degli intervistati) prevede un tasso di sostituzione compreso tra il 50 e il 74%; elevata risulta tuttavia la quota dei “pessimisti” (pari al 37,3%), convinti che la propria pensione coprirà meno del 50% dell’ultimo stipendio percepito.

Entrando nel merito del valore della pensione la quota prevalente degli intervistati (37%) ipotizza un importo mensile compreso tra 500 e 800 euro; soltanto per il 19,6% la pensione percepita potrà consentire un adeguato livello di benessere, a fronte dell’80,4% di giovani convinto che il sistema previdenziale sarà in grado di garantire “poco” (42,7%) o “per niente” (37,7%) un adeguato livello di benessere ai futuri pensionati.

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