Referendum costituzionale: il punto centrale che demagogia e cialtronismo
tenteranno di occultare
di Paolo Favilli, storico
Il Presidente del Consiglio l’11 aprile scorso ha aperto la campagna
elettorale sul referendum costituzionale annunciando che, per vincere, è disposto
ad «usare anche argomenti demagogici». Un annuncio senza novità, la
«demagogia», largamente coniugata alla forma «cialtronismo», è stata la cifra
della sua comunicazione politica (propaganda) fin dai tempi della Leopolda.
Il «cialtronismo» è elemento fluidificante della «demagogia». In un
contesto frutto di una coltivazione quasi trentennale di plebeismo, il
«cialtronismo» può passare come aspetto disinvolto, popolare della
comunicazione politica.
Renzi può citare male e fuori contesto Chesterston, attribuire a Borges
versi non suoi, attribuirsi una compartecipazione al traforo del Gottardo
ignorandone persino la localizzazione (le televisioni svizzere si sono
indignate e/o divertite; quelle italiane hanno sorvolato), ecc,.
E’ la continuità con Berlusconi, completa: ambedue demagoghi ed ignoranti,
e di un’ignoranza di cui non hanno né coscienza né consapevolezza, hanno
trasformato tale loro condizione in punto di forza. D’altra parte la
«demagogia» si manifesta in maniera più persuasiva se può scaturire da una base
«naturale».
Sottovalutare le possibilità
d’incidenza del connubio cialtronismo-demagogia nello scontro sul referendum
costituzionale sarebbe un grave errore. Così come sarebbe un errore pensare al
meccanismo propagandistico renziano solo come una sorta di fenomeno di
superficie al di sotto della quale ci sarebbe il vuoto.
Al di sotto, invece, c’è una struttura materiale dura: la logica e la
realtà evocate nel 2010 da Marchionne quando ha dichiarato: «Io vivo nell’epoca
dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi
interessa».
Nel tornante del secolo per Marchionne si è verificato il passaggio, a suo
parere definitivo, tra la centralità del lavoro, la tensione verso
l’uguaglianza, secondo Costituzione, alla riduzione dell’umana forza-lavoro a
pura funzione del capitale. Renzi è totalmente interno a tale dimensione dei
rapporti economico-sociali che reputa «naturali, esattamente come la sua
antropologia culturale.
Per questo, con tutta naturalità
appunto, ringrazia ripetutamente il padrone globalizzato per la generosità con
cui porta occupazione in Italia, mentre redarguisce severamente «certi
sindacalisti» che, difendendo i diritti del lavoro, impediscono lo svolgimento
della logica di mercato coincidente con la benevolenza padronale.
«Cevital…Merci», si può leggere in un manifesto apparso a Piombino, in una
delle città italiane, cioè, dove per quasi un secolo la coscienza di classe è
stata elemento essenziale della crescita civile. Cevital è la multinazionale del
magnate algerino Issad Rebrab che investirà a Piombino nel settore siderurgico.
Dunque un benefattore e bisogna
ringraziarlo. Ed infatti, come è visibile in una foto celebrativa dell’evento,
festeggiano il benefattore, eletto a «personaggio dell’anno 2015» da un
giornale locale, i maggiorenti toscani del Pd, del governo nazionale e del
territorio. Una posizione tanto più forte in quanto non frutto di quella che,
del tutto impropriamente, viene chiamata «mutazione genetica» renziana.
Ricordiamo perfettamente Massimo D’Alema che nel luglio 2012,
confrontandosi davanti a Montecitorio con un picchetto di operai Irisbus,
diceva: «Non serve a nulla… tutto questo non serve a nulla … se lo mandiamo
affanc…quello chiude e non lo vediamo più».
Ebbene la Costituzione, nello spirito e nella lettera, si pone in una
dimensione antitetica rispetto al complesso dei rapporti sociali sotteso ai
pronunciamenti di Renzi, D’Alema, e del ceto politico Pd di ogni livello. Del
resto l’attacco alla Costituzione, il suo svuotamento, la sua continua
manomissione proprio per questa sua incompatibilità con tutte le forme
dell’ordo-liberalismo, non è certo cominciato con la riforma Boschi-Verdini,
bensì con l’accettazione di fatto e di diritto (costituzionalizzazione
del Fiscal compact) di un
ordine europeo le cui normative confliggono con il documento fondante della
Repubblica.
Si comprenderà, dunque, come la «ditta», ora «sinistra» Pd, che tale
processo o ha promosso, o ha accettato, non possa ora opporvisi sulle questioni
di fondo. I suoi residui esponenti se ne stanno nell’ombra e attendono (non si
sa bene chi e che cosa) mentre pigolano sempre più piano.
Proprio nei giorni scorsi il neo ministro allo Sviluppo economico,
fortemente voluto da Renzi, ha chiarito in maniera esemplare il nodo centrale
della riforma Boschi-Verdini. Ha sostenuto che gli accordi di libero scambio
Ttip e Ceta «sono fondamentali» (per chi?), per cui non si possono lasciare i
parlamenti nazionali arbitri della loro approvazione. Dunque, ha concluso, «la
governance deve essere ristrutturata sennò ammazzerà la nostra (?) politica
commerciale» («Eunews» 13
maggio. I virgolettati sono nel testo).
La riforma costituzionale su cui voteremo a ottobre è tappa decisiva della
ristrutturazione della governance su cui insistono da tempo i poteri dominanti
internazionali. Renzi-Calenda dicono le stesse cose che un gigante della
finanza globale come Jp Morgan Chase ha suggerito ai governi europei in un
documento del 28 maggio 2013: liberatevi delle «Costituzioni, adottate in seguito
alla caduta del fascismo presentano una serie di caratteristiche che appaiono
inadatte a favorire la maggiore integrazione europea».
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