"Prepariamo un nuovo internazionalismo rafforzando la lotta
in casa nostra".
Da qualche
giorno la Francia è percorsa da un moto di contestazione e di ribellione
rivolto verso i provvedimenti assunti dal governo socialista in materia di
lavoro.
La
reazione al “job act” alla francese è stata imponente: sciopero generale e
avvio di un’inedita forma di lotta da parte di gruppi giovanili (e non) a
Parigi con il “nuit debout” , la notte in piedi, trascorsa in Place de la
Republique per dimostrare la volontà di contrasto verso un governo, quello di
Hollande, che davvero su tutti i terreni ne ha combinato d’ogni colore aprendo
la strada a un’espansione della destra più estrema.
La
risposta, adesso, com’è classico nella situazione francese è quella della
stroncatura poliziesca.
Il primo
interrogativo che sorge spontaneo è quello relativo alla situazione italiana,
laddove provvedimenti governativi analoghi non hanno suscitato opposizione se
non in settori limitati del sindacato di classe: tra l’altro il voto contro
quel provvedimento espresso in Parlamento dalla confusa sinistra italiana non
ha provocato alcuna saldatura tra iniziativa politica e lotta sociale facendo
scivolare il tutto nella neghittosità e nell’indifferenza.
Non è
questo però il punto dell’abbozzo di discorso che s’intende sviluppare in
questa sede.
Piuttosto
la domanda da porsi è questa: quanto potranno incidere sulla prospettiva
politica i protagonisti della contestazione francese e, in particolare, quelli
della “nuit debout” già paragonati ad altri movimenti analoghi apparsi sulla
scena internazionale nel corso di questi anni di lunga affermazione del ciclo
capitalista definito “neo – liberista”?
Le
comparazioni più utilizzate, a questo proposito, sono soprattutto due: quella
relativa agli “Indignados” spagnoli e ai newyorkesi di “Occupy Wall Street”.
I due casi
hanno sortito sul piano politico esiti diversi.
Esiste,
infatti, un nesso ben preciso tra l’azione degli “Indignados” e la costruzione
di “Podemos”, il nuovo partito che invertendo i termini tradizionali della
lotta politica (da destra/sinistra ad alto e basso) ha ottenuto, in Spagna, una
rilevante affermazione elettorale al punto da rappresentare un vero e proprio
elemento d’interdizione del sistema e costringendo in questi giorni Felipe VI a
sciogliere le Cortes e ad indire, per la prima volta nella storia della giovane
democrazia iberica, le elezioni anticipate.
Dagli
“Indignados” (ma non solo, naturalmente) è sorto dunque un movimento politico
che ha approfittato della debolezza del sistema per modificarne la composizione
in termini numerici, facendo affacciare così alla ribalta della politica una
nuova generazione trasversalmente unita nel rifiuto del precedente assetto.
Negli
Stati Uniti e in Gran Bretagna le forme assunte dalla contestazione hanno
invece portato ad una spinta in alveo più tradizionale, addirittura
individuando come contendibili gli antichi partiti progressisti e socialdemocratici.
Una
contesa impersonata dalla candidatura di Sanders alle presidenziali USA e
all’ascesa di Corbin alla segretaria del Labour Party, in Gran Bretagna.
Nel
frattempo era emerso come tale l’inganno Tsipras in Grecia (a dimostrazione
della debolezza di un’opzione di governo da parte di una sinistra interna ai
meccanismi sistemici e, nello specifico, all’Europa dei banchieri e alla logica
della finanziarizzazione dell’economia) e in Italia non si è riusciti a
costruire un polo di sinistra (anche semplicemente riformista) degno di tal
nome .
Il
“fenomeno” rappresentato nel “caso italiano” dal M5S, stretto fra una logica di
natura autarchica in materia di migranti e una posizione a dir poco confusa nel
quadro della contestazione europea, ha finito con l’accentuare le proprie
caratteristiche di analogia con la spinta personalistica e di adesione
sistemica soprattutto in termini di “governabilità” che ne segna la fragile
identità all’interno di un quadro di sostanziale provincialismo.
Questo
quadro così rapidamente tracciato ci fornisce però alcune prime preziose
indicazioni.
La prima
riguarda il fatto che, nonostante la precarietà del quadro internazionale
percorso da venti di guerra globale e – per quel che riguarda l’Europa – dai
fenomeni di migrazioni di difficile controllo e da inquietanti (e misteriosi)
fenomeni terroristici, non esiste alcuna intenzione di saldatura a livello
internazionale da parte di questi diversi settori di contestazione, più o meno
radicale o più o meno riformista, che si sono affacciati in varie situazioni
sulla scena politica.
Questo
dato indica la separatezza intrinseca dei diversi sistemi politici e ci indica,
come già era apparso da qualche tempo, come il fenomeno della globalizzazione
della finanza non abbia prodotto un ulteriore passaggio in quell’ipotesi di
cessione di sovranità dello “Stato – Nazione” sulla quale si erano basate , in
passato,molte analisi ed ipotesi di lavoro.
Lo “Stato
– Nazione” resiste proprio in termini di sistema politico ed è questo un dato
del quale prendere atto nel cercare di proseguire in una proposta di formazione
di una sinistra capace di progettare un’alternativa di sistema all’altezza dei
tempi e dopo l’esaurimento di entrambe le spinte propulsive: quella del
keynesismo su cui si era basata la stagione del “welfare state” nei trent’anni
gloriosi; quella dell’inveramento statuale dei fraintendimenti dell’etica
marxiana sviluppatisi per tutto il ‘900.
Non
esiste, sotto questo punto di vista, un’ipotesi “mondialista”: questa
affermazione rimane valida nonostante il modificarsi del quadro di relazioni a
tutti i livelli sulla base dell’espansione dell’innovazione tecnologica nel
campo delle comunicazioni.
Così come
appare un’illusione la costruzione di forme di potere statuale
“sovranazionale”. Quella forma di potere sarà sempre e comunque il “comitato
d’affari della borghesia” in parallelo con i resistenti governi nazionali.
Il
villaggio è globale, ma la politica si esercita ancora giardino per giardino:
questa mi sembra la lezione da imparare nel corso di questi anni.
Insomma:
non si ravvede l’esistenza di un baricentro egemonico nel confronto tra
economia finanziar-globalizzata e specificità dei diversi sistemi politici
ancorati allo “Stato – Nazione”.
La qualità
delle contraddizioni sociali sorte dal modificarsi del costume e della
possibilità di relazione s’intreccia strettamente con quella “storica” dello
sfruttamento del lavoro umano, fornendo una base inedita sulla quale lavorare
per scrivere una nuova visione del cambiamento dello stato di cose presenti, ma
l’ambito nel quale sviluppare questa visione attraverso l’azione politica
rimane comunque molto simile a quello del secolo scorso.
Occorre
muoverci nella difficoltà presente nell’ipotesi, pur perseguita da molti, di un
recupero “sovranista” oppure nell’abbandonarsi ad un indefinito “mundialismo”
pur ammantato da una sorta di ricerca di nuova critica sistemica.
Verrebbe
voglia, al fine di collegare queste diverse istanze, di rilanciare l’idea di recuperare
la forma più classica dell’internazionalismo “storico”: quella – appunto della
costruzione di una nuova “Internazionale”, sulla base della ricostruzione di
partiti nazionali capaci di opporsi, qui in Occidente, alle derive autoritarie
e alla guerra (c’è stato chi, opportunamente, ha ricordato la conferenza di
Kienthal: Aprile 1916, in piena guerra mondiale).
Derive
autoritarie e guerre: le emergenze di sempre, rinnovate nelle forme ma
storicamente costanti.
Forse,
però, prevedere questa possibilità di un rinnovato internazionalismo, da
intendersi quasi quale inedita “terza via”, costituisce un azzardo eccessivo.
Sarà
quindi il caso di continuare a studiare: nel frattempo però l’aggressività
bellica del capitale si fa sempre più forte.
A volte la
storia si ripete: il dubbio è che non si tratti di farsa, ma di un ulteriore e
più grande tragedia.
Intervento
di Franco Astengo
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