La logica di esternalizzazione come pilastro della politica d’immigrazione, oltre ad avere un grave impatto sulla vita di migliaia di persone, pone il tema della difficoltà della tracciabilità dei fondi e dell’opacità delle negoziazioni
Il coinvolgimento sempre più intenso
dei Paesi di origine e di transito nel controllo dei flussi migratori verso
l’Unione è ormai diventato il perno della dimensione esterna delle politiche di
immigrazione e asilo, perseguito sia dall’Unione Europea sia dall’Italia,
autonomamente e nel contesto europeo. L’intensificazione di questa dimensione è
dimostrata dagli ingenti fondi che si è deciso di stanziare, corredando dunque
gli impegni politici con precise strategie progettuali e di investimento.
Tali fondi provengono principalmente
dalle partite di bilancio dell’Unione destinate alla cooperazione
internazionale e allo sviluppo, ufficializzando così la pericolosa
condizionalità tra aiuti allo sviluppo e migrazione e la logica del “more for
more”, peraltro con la quasi impossibilità di rintracciarne la reale provenienza
e ancor più il reale utilizzo. In questo contesto i fondi di aiuto allo
sviluppo vengono deviati dai loro obiettivi tradizionali e strumentalizzati al
duplice scopo di “aiutarli a casa loro” e di costringere gli Stati Africani a
collaborare nel controllo delle loro frontiere e nella riammissione dei loro
cittadini considerati indesiderati dagli Stati membri, attraverso la leva di
nuovi fondi ed investimenti finanziari.
Questa logica si è formalizzata in
occasione dell’incontro tra l’Unione europea e l’Unione africana (UA), tenutosi
nel novembre 2015 a La Valletta durante il quale si è deciso di istituire un
Fondo Europeo Fiduciario per l’Africa (EUTF) ; si è poi ulteriormente
consolidata nel giugno 2016 con la creazione del nuovo Fondo Europeo per lo Sviluppo
Sostenibile (EFSD) – ambiziosamente rinominato “Piano Junker per l’Africa” –
che ha permesso l’introduzione del concetto di “compact”, basato su una
combinazione di investimenti pubblici e privati, sostenuti dai fondi di
garanzia europei nell’ambito di accordi di partenariato.
Questi due strumenti
economici – il Fondo Fiduciario e l’EFSD – hanno infatti permesso alle
istituzioni europee di avere la liquidità per facilitare le trattative con i
paesi di origine e transito dei migranti, strutturando la dimensione economica
della relazione ed aprendo ad una logica di scambio che sembra dimenticare i
diritti umani e la sorte di migliaia di persone nel continente africano. È
nella istituzione dei “compact” che emerge il ruolo centrale dell’Italia che
nell’aprile del 2016 avanza a livello europeo la proposta del Migration
Compact. Questo porta infatti all’istituzione di un “Partnership Framework” del
6 giugno 2016 a cui seguiranno l’istituzione, da parte della Commissione
Europea, dell’EFSD – e delle sue misure di garanzia nel 14 settembre 2016 [1] –
e la riunione del Consiglio del 20/21 ottobre. [2]
I fondi istituiti per alimentare le
politiche d’esternalizzazione attingono al bilancio europeo, principalmente al
Fondo europeo di sviluppo (FED), ma prevedono anche un contributo degli Stati
Membri, che tuttavia ad oggi risulta esiguo, rappresentando solo una minima
parte del contributo dell’Unione (nell’aprile del 2016 solo il 4,5%
dell’ammontare totale dei Fondi Fiduciari).
Nella stessa logica di strumentalizzazione
dei fondi allo sviluppo, l’Italia ha stanziato nel Bilancio di previsione dello
Stato per l’anno finanziario 2017 dal budget preposto alla cooperazione
internazionale, 200 milioni di Euro per “interventi straordinari volti a
rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza
prioritaria per le rotte migratorie”. Ancora una volta fondi allo sviluppo che
servono al contrasto dell’immigrazione come esplicitamente dichiarato in una
risposta ad una interrogazione parlamentare: “ Il Fondo Africa consentirà di
finanziare iniziative specificamente mirate al contrasto all’immigrazione
irregolare: penso a equipaggiamenti, strumenti tecnici, programmi di formazione
per le forze di sicurezza. ” Principali beneficiari dei 200 milioni sono Niger,
Libia e Tunisia.
Dopo lo stanziamento dei fondi, il 2
febbraio 2017 l’Italia firma un Memorandum con il governo libico di Al Sarraj
senza che le Camere Italiane e Libiche lo abbiano ratificato, in flagrante
violazione dell’art. 80 della Costituzione italiana che prevede la ratifica in
caso di accordo che comporti un onere economico e un interesse politico.
L’accordo prevede, riprendendo la base legale del Memorandum firmato nel 2008
da Gheddafi e Berlusconi, l’impegno della Libia nel controllo delle sue
frontiere marittime e terrestri.
Poco sembra importante al Governo Italiano che
i centri di accoglienza citati nel testo sono di fatto centri di detenzione in
mano alle milizie, che al salvataggio segua l’arresto arbitrario e che un
accordo, fatto con solo una delle parti in un paese in conflitto civile, non
può che aumentare la già profonda instabilità che vive oggi la Libia. Qualche
settimana dopo si diffonde la notizia delle pressioni fatte dal nostro paese
sulla Tunisia affinché prenda in carico 200 migranti a settimana tra quelli
intercettati nel Canale di Sicilia e partiti dalle coste libiche.
Nell’agosto
del 2016 è con la dittatura di Al Bashir, in Sudan, che la polizia italiana
firma un accordo principalmente incentrato nella formazione di personale di
polizia e nella facilitazioni delle espulsioni. Dopo qualche settimana un volo
carico di rifugiati del Darfour partirà da Torino alla volta di Khartoum.
Il rafforzarsi della logica di
esternalizzazione come pilastro della politica italiana ed europea d’immigrazione
pone una serie di problemi. Ha un gravissimo impatto sulla vita di migliaia di
uomini donne e bambini, che sono così costretti a prendere rotte più pericolose
o a restare bloccati ed essere espulsi in paesi dove subiscono trattamenti
disumani e degradanti. La pericolosa interazione e interdipendenza tra le
politiche di immigrazione, di sicurezza, di cooperazione allo sviluppo e
economico-finanziarie dell’Unione Europea pone inoltre il tema della difficoltà
della tracciabilità dei fondi e dell’opacità delle negoziazioni.
Fonte: sbilanciamoci.info Autore: Sara Prestianni
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